I-dentificazione

Posted on 23 febbraio 2011

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Ieri, sulla dashboard del mio Tumblr ho trovato questa immagine:

L’ho guardata con attenzione, ho letto il testo in essa contenuto, e ho pensato: «Mpf… questi non hanno capito niente…». E allora ho deciso di modificare l’immagine stessa, cambiando i testi, per mostrare che il vero problema non è l’alienazione – che, anzi, è già una presa di coscienza del problema, e quindi un primo passo verso la cura – ma l’identificazione. Il risultato è questo:

Non sarà perfetto da un punto di vista grafico, ma rende l’idea.

Se ho perso tempo con Photoshop a creare quest’immagine, è perché davvero credo che l’alienazione, oggi, non sia un problema: qui sta, a mio modesto modo di vedere, un bel limite della teoria marxiana. Il barbuto filosofo di Treviri scrive nei suoi Manoscritti economico-filosofici del 1844:

E ora, in che cosa consiste l’alienazione del lavoro?
Consiste prima di tutto nel fatto che il lavoro è esterno all’operaio, cioè non appartiene al suo essere, e quindi nel suo lavoro egli non si afferma, ma si nega, si sente non soddisfatto, ma infelice, non sviluppa una libera energia fisica e spirituale, ma sfinisce il suo corpo e distrugge il suo spirito. Perciò l’operaio solo fuori del lavoro sì sente presso di sé; e si sente fuori di sé nel lavoro. [§ XXIII]

Ok. Certo. Per gli operai della catena di montaggio è sicuramente così. Ma oggi – pur essendo ancora tanti – questi operai sono assai meno rispetto al 1844. Oggi “l’operaio” è seduto dietro una scrivania, fissa lo schermo di un computer e clicca incessantemente con il mouse. Magari fa anche carriera, sale di posizioni nell’organigramma della sua azienda (privata o pubblica che sia), guadagna bene e si permette qualche lusso – la macchina nuova, le vacanze all’estero, il vestito di marca.

Ma quello che Marx non avrebbe mai potuto immaginare è che questo nuovo tipo di operaio è, spesso e volentieri, contento. Non è alienato: è soddisfatto.

Il capitalismo, cioè, è riuscito ad esprimere un tipo di sovrastruttura culturale talmente convincente e pervasiva da dotare ogni lavoratore di molteplici strumenti non solo per accettare e giustificare la propria condizione di sfruttato, ma addirittura per goderne! Charles Bukowski l’ha scritto meglio di qualunque sociologo o filosofo:

«It was true that I didn’t have much ambition, but there ought to be a place for people without ambition, I mean a better place than the one usually reserved. How in the hell could a man enjoy being awakened at 6:30 a.m. by an alarm clock, leap out of bed, dress, force-feed, shit, piss, brush teeth and hair, and fight traffic to get to a place where essentially you made lots of money for somebody else and were asked to be grateful for the opportunity to do so?»

[Era vero che io non avevo molta ambizione, ma ci deve essere un posto per la gente senza ambizione, voglio dire un posto migliore di quello che gli è di solito riservato. Come diavolo può un uomo essere contento di farsi svegliare alle 6:30 di mattina da una sveglia, saltar giù dal letto, vestirsi, mangiare in fretta, cacare, pisciare, lavarsi i denti e pettinarsi, e combattere contro il traffico per arrivare in un posto in cui essenzialmente fai un sacco di soldi per qualcun altro e ti chiedono pure di essere grato per averne l’opportunità?]

Ma se per il vecchio Hank era normale meravigliarsi di fronte a questa gigantesca contraddizione, oggi la contraddizione non la vede più (quasi) nessuno. Ecco perché penso che chi si sente alienato dal proprio lavoro sia in realtà una persona che abbia già compreso dove sta il problema ed è quindi capace di poter immaginare ed eventualmente intraprendere delle soluzioni.

Il problema vero – che corrisponde al grande successo del capitalismo contemporaneo – è che gli alienati sono sempre di meno e sempre di più son quelli che s’identificano con un sistema di sfruttamento che ha le sembianze di una giostra, di un luna park. Lo scarto fondamentale che si è prodotto nella capacità di percepire la propria condizione di sfruttato risiede proprio nella confusione tra il livello reale, misurabile e quantificabile dello sfruttamento, e la percezione che di esso ha il lavoratore. Questi, insomma, non solo non si accorge di essere sfruttato, di lavorare per produrre profitto di cui qualcun altro godrà, di contribuire alla riproduzione di un sistema produttivo iniquo e criminale; ma è persino convinto di essere nel giusto! E’ convinto che alzarsi presto la mattina, farsi due ore di macchina nel traffico cittadino, uscire dall’ufficio alle nove o dieci di sera, lavorare nei weekend, firmare contratti a tempo determinato privi di qualsivoglia garanzia, rinunciare a una vita sociale soddisfacente, anteporre le necessità professionali agli affetti ed alla vita sentimentale – che tutto ciò e molto altro sia il giusto prezzo da pagare per potersi comprare un paio di scarpe alla moda o per spendere cifre da capogiro in locali alla moda.

Nell’esser riuscito a convincere una grossa fetta della popolazione attiva di tutto ciò, sta la vittoria del capitalismo contemporaneo. C’è chi la chiama ideologia, chi la chiama colonizzazione dell’immaginario o biocapitalismo, c’è chi la chiama depressione. Ma questa è, semplicemente, la realtà delle cose presenti.

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Posted in: Critiche