P.alindromi

Posted on 29 gennaio 2011

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Esiste questa curiosa caratteristica nel linguaggio alfabetico: i palindromi. Parole che, lette da sinistra verso destra o da destra verso sinistra, si pronunciano esattamente nello stesso modo. La parola “palindromo” viene dal greco πάλιν (“indietro”) e δρóμος (“corsa”), col significato “che corre all’indietro”. Si tratta, cioè, di un fenomeno fonetico: il suono prodotto dall’enunciato di una particolare serie di grafemi (o lettere), sia che questi vengano letti in una direzione sia in quella opposta, è sempre lo stesso.

Questo fenomeno fonetico ha un parallelo nel campo delle immagini, e più precisamente in quell’effetto noto a tutti con l’espressione gioco di specchi: un’immagine “rimbalza” da uno specchio all’altro e si riproduce all’infinito, andandosi a rimpicciolire sempre di più in virtù delle leggi della prospettiva. Chi ha avuto modo di trovarsi fra due specchi, sa di cosa parlo. Come nel palindromo il suono è bidirezionale, così in una casa degli specchi – come se ne trovano nei luna park – le immagini scorrono in ripetizione da una direzione all’altra e viceversa.

L’artista Michelangelo Pistoletto ha elaborato un concetto simile nella sua installazione The Cubic Meter of Infinity in a Mirroring Cube, una stanza completamente ricoperta di specchi da tutti i lati, con lo spazio diviso e frammentato da linee fatte di luci al neon. L’effetto – lo posso garantire di persona – è straniante: per qualche secondo, all’interno della stanza, ci si sente privi di coordinate spaziali, di punti di riferimento, tanto che il corpo reagisce producendo un senso di vertigine e una mancanza di equilibrio.

Ma se in un gioco di specchi le immagini si riflettono, ciò non accade nei palindromi. Se un’immagine specchiata, riflessa, inverte la destra con la sinistra, l’alto con il basso (si pensi solo a cosa accade a un testo scritto quando si mette davanti a uno specchio), ciò non accade nei palindromi. E’ giusto dire, allora, che una immagine specchiata si riflette, cioè riflette su se stessa, si guarda da una prospettiva speculare, cioè diversa. Al contrario, un palindromo, da un punto di vista fonetico, riproduce se stesso: si eguaglia. Un palindromo è un cerchio d’identità.

Cosa accade al senso delle parole palindrome?

Facciamo un esempio: se io scrivo la parola “otto” chi legge capirà che mi sto riferendo a un numero pari. Lo stesso accade nel mio ascoltatore se io pronuncio quella parola. Ma se la scrivo al contrario, da destra verso sinistra, cosa succede? Ottengo “otto” e cioè esattamente la stessa cosa: veicolerò al mio lettore o ascoltatore lo stesso identico significato. Detto in altri termini, il senso della parola palindroma rimane racchiuso tra le sue estremità, come la pallina di quell’antidiluviano videogame in un match senza fine. Il significato rimbalza da una parte all’altra, all’infinito e in forma completamente autoreferenziale.

Si sa che la produzione di significati e concetti è data dalla connessione delle parole tra di loro: all’interno di una frase il senso si produce come un’attività di trasporto di connotazioni da una parola all’altro, in un rapporto dialogico. Ma chiediamoci cosa succede quando in una frase c’è una parola palindroma. Per esempio:

voglio otto mele

Chi legge o ascolta capisce immediatamente che sto esprimendo una volontà o un desiderio, il cui oggetto è un frutto, e che è misurabile quantitativamente in numero di otto unità. Ma se proviamo a leggere la stessa frase da destra a sinistra otteniamo:

elem otto oilgov

Vale a dire un’accozzaglia di suoni privi di senso. Tranne, tuttavia, la parola “otto”! Il fatto, cioè, che gli altri due termini della frase non siano palindromi, li priva di ogni possibilità di produzione di senso se letti al contrario, ma ciò non accade per la parola “otto”. Il palindromo in questione sta, solo, a esprimere un significato solitario e sconnesso dagli altri termini della frase. Egocentrico, esso non percepisce il suo isolamento.

Possiamo esemplificare graficamente questo discorso. Il primo esempio si può rappresentare così:

Il secondo invece così:

E’ per questi motivi che io ho deciso di non fidarmi dei palindromi, impossibilitati come sono a uscir fuor di sé. Solo chi si travalica può congiungersi con gli altri e costruire un senso, al linguaggio, come all’esistenza. Altrimenti si rimane intrappolati in un gioco di specchi in cui la propria sedicente identità si riproduce all’infinito, sempre uguale a se stessa. Il palindromo è, in buona sostanza, la miglior rappresentazione fonetica e grafica del mito (tragico, assolutamente tragico) di Narciso, il quale non morì di struggimento d’amore, ma nella ricerca di un sé irraggiungibile, perchè chiuso in un cerchio da cui non potè sfuggire.

 

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Posted in: Disamori, Estetiche