P.op

Posted on 13 novembre 2010

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E’ tantissimo tempo che lo penso e adesso ho trovato il coraggio di dirlo.

La vita, tutta la vita, è già spiegata nelle canzoni pop.

Sissignore, nelle canzoni pop. E fanculo i poeti e i cantautori e i musicisti polistrumentisti che stanno ancora lì a cercare di capire cosa fare dopo Schönberg. E fanculo chi proietta su Califano le malefatte di un regime e di un tempo che non hanno nulla a che vedere all’epopea a cui lui appartiene e a cui ha avuto la sfortuna di sopravvivere. Bisognerebbe non eccedere mai il proprio tempo.

Le canzoni pop. Nulla mi ha mai dato miglior giovamento, nei periodi di grande interrogazione, in quelle lunghe fasi dove contemplo soffitti e muri bianchi. Arrivano per caso, come angeli custodi.

Una volta compresi che tra me e una donna era finita – non riuscivo ad ammetterlo a me stesso – ascoltando quel capolavoro che Paolo Conte scrisse per Caterina Caselli: Insieme a te non ci sto più.

A 16 anni il mio adolescenziale desiderio d’indipendenza si espresse in un verso dei 99Posse: nun pozz’ cchiù sta’ ncopp’o 740 ‘e mammà e papà (a dire il vero ai 99Posse devo più di una riflessione e appena trovo uno straccio di tempo prometto di scrivere, seriamente, un saggio dal titolo “Poetica e politica dei 99Posse”).

Potrei continuare con infiniti esempi, ma credo di aver reso l’idea. A scanso di equivoci, definisco pop tutta quella produzione musicale che circola nei circuiti mainstream e che quindi riesce a raggiungere un enorme numero di fruitori. La mia definizione è meramente quantitativa, non qualitativa. Ed è anche funzionale, come adesso spiegherò. Lascio a quei noiosi intellettuali con camicia Fred Perry e cravatta di lana il compito inutile di redigere graduatorie pseudo-stilistiche (“cevto Guccini ha un altvo passo vispetto a Paolo Conte, così demodé…”).

E’ chiaro che quando affermo che tutto è già scritto nelle canzoni pop (soprattutto in quelle d’amore, ma non solo) non mi riferisco alla musica, che resta sullo sfondo, ma alle parole.

Oggi, per esempio. Si parla e si riflette (molto approfonditamente) di padri e paternità. Segno dei tempi, ma parimenti tema universale. E io per sbaglio ascolto Robbie Williams.

Sì, lui, l’ex Take That.

Una canzone in particolare: Strong. Ecco il testo:

My breath smells of a thousand fags
And when I’m drunk I dance like me Dad
I’ve started to dress a bit like him

Early morning when I wake up
I look like Kiss but without the make up
And that’s a good line to take it to
The bridge

And you know and you know
Cos my life’s a mess
And I’m trying to grow so before
I’m old I’ll confess
You think that I’m strong you’re wrong
You’re wrong
I’ll sing my song my song my song

My bed’s full of takeaways and fantasies
Of easy lays
The pause button’s broke on my video
And is this real cos I feel fake
Oprah Winfrey Ricki Lake
Teach me things I don’t need to know

[RIT.]

If I did it all again I’d be a nun
The rain was never cold when I was young
I’m still young we’re still young
Life’s too short to be afraid
Step inside the sun

[RIT.]

Life’s too short to be afraid
So take a pill to numb the pain
You don’t have to take the blame

Una premessa biografica: Robbie Williams è nato nel 1974. A poca distanza da me.

Facciamo una piccola analisi testuale. La canzone comincia descrivendo il tipico stereotipo del giovane scapestrato che fa mattina tra locali, feste, alcol e droghe; ma poi fa un paragone rivelatore: quando sono ubriaco ballo come mio padre, e ho pure cominciato a vestirmi come lui. Chiaro no? No? Ok, lo spiego.

(oggi, per una ragione che non posso rivelare, mi sento molto didattico…)

La figura paterna è messa sullo stesso livello, comparata, con uno stato alterato di coscienza come quello prodotto dall’ebbrezza alcolica. Essere come mio padre = essere ubriaco, questa è l’equazione. Dietro a questa equivalenza sembra fare capolino un senso di rifiuto che va al di là del fattore generazionale, confermato dalla riga successiva (ho pure cominciato a vestirmi come lui). Il rifiuto qui è totale, l’alterità è totale e infatti si esprime come normalità (io sobrio) vs. alterazione (io ubriaco = mio padre), originalità vs. imitazione.

Ma il rifiuto segnala in realtà un limite: la figura paterna emerge nei miei (suoi) stati alterati, cioè quando minore è il mio livello di attenzione e consapevolezza. Ecco il rimosso, che riemerge grazie all’alcol (o, per farla semplice, in vino veritas). Questo rimosso, il Padre, mi ricorda che io sono ancora e solo un Figlio – cioè sono ancora dipendente da una fonte esterna di autorità. E infatti la canzone continua dicendo “la mia vita è un casino, e io sto cercando di crescere, quindi prima che invecchi lo confesserò: voi credete che io sia forte, ma vi sbagliate”.

Onore al merito: almeno non se la racconta, anzi. Ha capito dov’è il problema, anche se è ancora lontano dal trovare una soluzione: ha bisogno di autorità, di qualcuno che gli dica cosa fare e cosa non fare, cosa è giusto e cosa non lo è. Ha bisogno del nome-del-Padre, avrebbe detto Lacan. Perchè? Perchè è vittima del suo desiderio, è soggiogato dal suo godimento reale (i resti di cibo takeaway sul letto) e fantastico (le fantasie di scopate facili, le easy lays); un godimento imperante ed incessante, pornografico nella sua struttura, un volere e mai ottenere, ottenere e volere ancora: il tasto pausa del video si è rotto. A questa dittatura infinita, egli oppone un ritorno a dei bisogni fondamentali: Oprah Winfrey e Ricki Lake (celebri conduttrici TV statunitensi) m’insegnano cose di cui non ho bisogno. Bisogno contro desiderio. La maturazione e il passaggio all’età adulta passa dalla risoluzione di questo binomio, non si scappa.

Poi, in cinque righe, scatta il rimpianto per un’autorità necessaria e manchevole (se potessi ricominciare sarei una suora), il ricordo di un tempo bello e perduto, (la pioggia non era mai fredda quand’ero piccolo) e il desiderio di ribellione e comunità (sono giovane, siamo giovani, la vita è troppo breve per aver paura). Ma si tratta di una ribellione posticcia, retorica, annunciata ma non veramente intesa. Lo svela il finale: la vita è troppo breve per aver paura, e allora prendi una pillola per togliere il dolore, non devi prenderti la colpa. Cioè: sei solo un Figlio, non hai colpe, le colpe sono sempre dei Padri, e non è giusto che tu paghi alcun prezzo; se soffri questa mancanza di guida, di direzione, di autorità, allora ignorala, trova delle vie o dei mezzi per non subirla, trova la tua pillola dell’oblio e della felicità.

E poi qualcuno si meraviglia se Robbie Williams si è calato di tutto…

Ora, con un po’ di fantasia – ma neanche tanta – non vi sembra che questa canzone sia un’allegoria di chi oggi in Italia (ma non solo in Italia) ha tra i 30 e i 40 anni? Ok, magari anche di chi ne ha 25 o talvolta 21, o forse anche di qualche cinquantenne: ma se pensiamo a questa impropriamente-detta-generazione come a una curva gaussiana

capiamo subito che il grosso di coloro ai quali la canzone allude si trovano nel centro della campana. E sono la maggioranza. Quella maggioranza orfana che deve ora provare a costruirsi un futuro senza pillole, prestando maggiore attenzione ad alcuni bisogni (più) importanti e venendo così a patti con il proprio godimento.

Ed ecco anche il valore funzionale delle canzoni pop: dicono bene, efficacemente, immediatamente (in maniera non mediata) ciò che di noi stessi noi taciamo. Quelle verità il cui silenzio rimbomba assordante nelle nostre coscienze.

 

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Posted in: Critiche