E.pica 2/3

Posted on 10 novembre 2010

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[Continuo la riflessione cominciata nella prima parte. In quell’occasione il mio interesse era quello d’identificare un soggetto collettivo e i suoi tratti caratteristici (se ci sono) non in termini di generazione anagrafica, ma di cesura epistemologica; mi è stato fatto notare giustamente che il termine “generazione” nasconde una forma di narcisismo – e direi anche un’autoreferenzialità che minerebbe qualsiasi analisi – e questo è vero. Mi dispiace aver dato l’impressione di insistere sulla generazione come fattore anagrafico (anche se il termine l’ho usato una volta sola e per di più zavorrato da “vasta” e “di transizione”), non era quella la mia intenzione. Quello che ho provato a schizzare (sono riflessioni personali, non hanno alcuna velleità euristica) sono i contorni di un universo (in senso statistico) di persone che sta esattamente a cavallo di quella cesura, con un piede di qua e uno di là. Piuttosto, ho esordito parlando di un “sentimento di appartenenza” che è un’approssimazione più includente di “generazione”; si tratta pur sempre di una approssimazione, non di una definizione, certo, ma essa chiama in causa soggetti diversi, uniti da e in una rete simbolica. E’ quella rete che secondo me bisogna capire, delineare, tracciare: non per chiuderla, ma perchè nel suo sistema di relazioni si nasconde la possibilità di narrazioni epiche di grande forza, di grande calore. In quel sistema di relazioni simboliche, io sospetto, si nascondono anche molti rimossi, che premono e spingono per uscire, e che sarebbe bene trovassero una via di espressione (una narrazione, di nuovo) piuttosto che lasciarli esplodere o implodere nel singolo.]

2. Perchè abbiamo bisogno?

Il bisogno di epica – nel suo significato etimologico di parola che si può o si deve dire, narrazione – è un bisogno universale del genere umano: è dimostrato come l’uomo sia in grado di comprendere il mondo che lo circondo solo raccontandoselo. Ed è risaputo come tale bisogno assuma a seconda dei luoghi e degli spazi forme diverse – pur con una comunanza di elementi. Se questo è vero – come lo è – e se quel soggetto collettivo il cui fantasma ho intravisto, è possibile riformulare la domanda in questo modo: perchè noi abbiamo bisogno di epica, hic et nunc?

Ribadisco: ammesse ma non concesse quelle specificità (epistemologiche, sociali, simboliche) che contraddistinguono chi vive questo nostro tempo di transizione; e quindi ammesso e non concesso che il nostro sia un bisogno peculiare, tipico di questo tempo e dei suoi contorni; perchè noi lo sentiamo così forte?

Perchè solo nell’epica troviamo un appiglio alla mancanza di senso del tempo presente. E intendo la parola ‘senso’ nella sua duplice accezione di ‘significato’ e ‘direzione’.

Siamo individui calati in una storia ben precisa. Una storia tecnologica, una storia culturale, una storia dei costumi, una storia del diritto, una storia politica soprattutto. Ne siamo il prodotto, ne siamo imbevuti. Ma sono tutte storie che iniziano in un modo e poi continuano su percorsi che nessuno avrebbe saputo davvero prevedere: sono storie ad alta velocità, ad alta reattività. Cambia cioè completamente la percezione dello scorrere del tempo: nel discorso pubblico (con l’eccezione di usi funzionali) come nella percezione individuale si obliterano la lunga durata, le continuità, molte tradizioni. C’è una fuga in avanti. Come i lemmi che si gettano dalla scogliera nell’oceano.

Siamo cioè come dei naufraghi in mezzo al mare, a galla. Non sappiamo dov’è la terra, ma sappiamo che se restiamo lì a mollo moriamo. Vorremmo nuotare, siamo anche abbastanza allenati, sappiamo sfruttare le correnti, ma qual è la direzione giusta? Capita allora che a lunghe bracciate facciamo dei gran giri in tondo, non ottenendo nient’altro che stanchezza, non facendo altro che allargare il braccio di mare in cui possiamo affogare.

Quel mare è il nostro presente. Intorno a noi è tutto uguale, c’è bonaccia, essere qui o essere lì non fa alcuna differenza perchè si è sempre calati in un eterno presente.

Dunque il nostro bisogno deriva da uno spaesamento, che è sì storico (viviamo un tempo di transizione, siamo immigrati in un’era che appartiene ad altri, ad altri che parlano una lingua che non comprendiamo) e sociale (siamo precari, migranti per lavoro, sradicati) ma soprattutto è linguistico. Siamo senza parole. Non ci conosciamo nei nostri termini, ma ci descriviamo con un lessico ibrido, in parte ereditato, in parte imposto, che fallisce perchè non ha aderenza alcuna con la nostra realtà. Si sfalda il rapporto tra denotazione e connotazione.

Sono le parole che ci mancano: di conseguenza il primo compito collettivo che dovremmo – responsabilmente, da adulti – assegnarci è quello di costruire un lessico del bisogno*. L’effetto principale dello stare intrappolati tra un tempo stagnante e un futuro** inimmaginabile (letteralmente: che non è possibile immaginare) è quella di non essere capaci di distinguere – cioè, di nominare – un numero di bisogni fondamentali. Certo, non un numero chiuso o esclusivo, ma per lo meno frutto di una nominazione precisa:

Che un nome, per quanto confuso, designi una persona determinata, in questo consiste esattamente il passaggio allo stato umano. Se si dovesse definire in quale momento l’uomo diventa umano, diremmo che è nel momento in cui, per quanto poco, entra nella relazione simbolica.

Jacques Lacan

Si comprende come le cause di questa afasia vadano cercate anche – non solo, ma anche – nel contesto sociale e culturale propri di questo tempo, che in primo luogo ci vede bombardati di messaggi contraddittori; che ci getta in una insicurezza oscura sul nostro immediato futuro (e parlo qui del mondo del lavoro, dello smantellamento del welfare state, della sempre più intrusiva ingerenza del legislatore negli affari privati etc); che soprattutto non ci offre strumenti simbolici adatti a convogliare una crescente marea di stimoli e contenuti. O meglio, ci abitua a linguaggi e significati preconfezionati, standardizzati, semplicistici, che hanno una nefasta influenza di ritorno sulla nostra capacità di articolare un linguaggio adatto alla complessità ed alla molteplicità. Dunque è nella sfera simbolica – cioè nella nostra capacità di produzione di significati – che si gioca il nostro presente e soprattutto il nostro futuro. Se questo è vero allora la parola assume una centralità fondante, su molti livelli: individuale, collettivo, emotivo, politico.

Per uscire da questo spaesamento linguistico, per ristabilire un orientamento in un tempo privo (o stracolmo, che è lo stesso) di coordinate, per identificare e poi soddisfare una serie di bisogni fondamentali, è necessario, a mio modesto parere, costruire esattamente una nuova rete simbolica. Non simboli nuovi, ma connessioni nuove tra elementi di un arsenale simbolico già esistente. Una nuova simbolica, vale a dire una nuova dimensione linguistica. Una nuova narrazione.

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* L’idea di costruire un lessico del bisogno mi frulla in testa da almeno cinque anni. Seppure ne abbia una visione, non saprei concretamente come realizzarlo, con che metodologie, con che criteri, con che accortezze. Ora come ora non ho i mezzi per farlo, e forse non ne ho la forza. Per il momento rimane un progetto: forse la rete mi permetterà di farlo. Facciamo crowdsourcing?

** queste considerazioni sono anteriori a quelle presenti in quest’ottimo thread di Giap, la newsletter dei Wu Ming, i quali sono davvero, si parva licet componere magna, dei fenomenali interlocutori, talvolta impliciti, talvolta espliciti.

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Posted in: Antropologie, eFFe