P.aradigma

Posted on 31 ottobre 2010

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[Questo post si può considerare come un intermezzo alla serie di post dedicati all’epica, di cui per il momento ho pubblicato solo il primo]

Ho appena terminato la lettura di La fuga narrativa, un mini-saggio di Tom Stafford, giovane psicologo dell’Università di Sheffield. Si tratta di un ebook edito dalla 40k (si legge forty-key), che è un editore digitale nativo: vale a dire che i libri che pubblica sono reperibili solo in formato digitale, e anzi, vengono pensati per essere soltanto in tale versione.

Comincio con qualche considerazione sull’esperienza di lettura.

Ho comprato il libro su Amazon.com pagandolo 5,20$ (circa 3,20€, nonostante sui siti italiani venga venduto a 3,90€), dopo diverse peripezie che non sto a spiegare ma che si riassumono nella considerazione che il modello di offerta di ebooks online è incoerente rispetto alle esigenze di acquisto. In meno di dieci secondi me lo sono ritrovato sul mio Kindle. Prima considerazione: per gli acquirenti compulsivi di libri come me, la possibilità di scaricare un libro in dieci secondi è una forma di pornografia della lettura: potrei non accontentarmi mai e acquistare/scaricare tonnellate di ebooks, rovinandomi finanziariamente e peggiorando una già grave forma di bulimia intellettuale. Il porno come eccesso di desiderio, quando il desiderio ha per oggetto un libro, si concretizza in questa nuova possibilità tecnologica: è come avere un vibratore sempre acceso nel cervello.

L’ho letto tutto d’un fiato in circa trenta minuti. Sul sito dell’editore si afferma che il libro consiste di 6200 parole, equivalenti a una ventina di pagine A4 (ammettendo 300 parole per pagina). Seconda considerazione: leggere in digitale significa (non sempre, ma sempre più spesso) essere costretti ad abbandonare dei veri e propri pilastri paradigmatici di ciò che è la lettura come siamo abituati ad esperirla. Scompare per esempio la nozione di “pagina”, sostituita da quella di “location” (almeno nel Kindle) che non è legata alla possibilità di ingrandire o rimpicciolire il testo: facendo ciò infatti, il numero delle pagine varierebbe, mentre quello delle location rimane fisso. Per questa stessa ragione – la possibilità di agire sull’aspetto visuale del testo – perde di valore anche la memoria fotografica: è difficile, cioè, se non impossibile, ricordare visivamente com’era fatta la pagina in cui si è letta un determinato passaggio; cosa che un po’ mi spiazza perchè ho sempre contato molto sulla mia memoria fotografica. Di contro, è possibile fare sottolineature e inserire segnalibri che vengono indicizzati ed è quindi abbastanza facile ritrovare.

Il libro è insomma molto breve. E questo è un bene, in generale e nel caso specifico. Tom Stafford sviluppa un piccolo saggio che gravita intorno a pochi ma fondamentali concetti: la natura narrativa della mente umana (capire il mondo significa raccontar(se)lo), la possibilità di compiere scelte etiche in relazione a questa caratteristica, la capacità di costruirsi una narrazione del mondo personale e non indotta. Questa capacità lui la chiama “fuga narrativa”:

la capacità di astrarre dall’esperienza una sua descrizione, di trasformarsi in colui che racconta la storia, smettendo i panni del semplice spettatore.

Tom Stafford esordisce con questa definizione nelle primissime pagine – pardon, nelle primissime locations! – e sviluppa un’argomentazione serrata ma scorrevole che arriva, in conclusione, a sottolineare l’importanza di diventare autori di se stessi e della propria vita: l’importanza, cioè, di autorizzarsi. Grazie ai riferimenti a diversi esperimenti di psicologia, Stafford dimostra come «le nostre scelte etiche non possono che basarsi innanzitutto sull’esperienza. L’esperienza deve essere vagliata e narrata a noi stessi prima di poter trarne sorprendenti conclusioni morali». Quello che importa è dunque prendere consapevolezza che le narrazioni del mondo sono le cornici all’interno delle quali ha luogo il nostro agire e quindi essere in grado di «costruirsi una descrizione dell’esperienza, o nello sbarazzarsi di quella di qualcun altro». Dice infatti Stafford:

una delle scelte più importanti riguarda il modo di descrivere il mondo, la storia di cui lo rivestiamo. Se deleghiamo ad altri questo compito, le scelte che faremo saranno le loro. È necessario descrivere il mondo per dargli un senso. Queste descrizioni diventano quindi simboli potenti […] Determinano le condizioni non solo delle scelte ma anche delle alternative che prendiamo in considerazione.

Come si evita allora il rischio di essere ingabbiati in narrazioni che non ci appartengono nella misura in cui non ne siamo gli autori? La risposta è in realtà banale e difficilissima allo stesso tempo – l’auto-coscienza:

Piuttosto, lo scarto tra la mente-che-esperisce e la mente-che-riflette è la vera natura delle cose, l’eterno mistero. La mente che parla a se stessa crea uno spazio in cui possiamo smettere di essere sperimentatori passivi per cominciare a raccontare la storia delle nostre esperienze, a scegliere tra le storie possibili. Può darsi perfino che una riflessione consapevole ci dia la possibilità di svegliarci dalla storia di qualcun altro e di cominciare a raccontarci la nostra.

In breve Tom Stafford ci spiega perchè non dobbiamo credere ciecamente a tutto quello che ci viene detto e ci invita a”far da soli”, a informarci, a studiare, a confrontarci, a mettere in pratica un sano dubbio investigativo. Socrate, reloaded.

Tuttavia questo è un libro importante, perchè grazie alla sua brevità e alla sua chiarezza può raggiungere un pubblico vasto, il quale – e qui va un elogio all’autore come all’editore – può approfondire il discorso grazie alle note di fine testo e la breve bibliografia offerta. E di questi tempi queste cose non solo vanno dette e ridette, ma vanno urlate.

Bisognerebbe davvero farne di più di libri così: brevi, chiari, scorrevoli, su temi fondamentali del nostro presente, senza velleità accademiche ma non per questo privi di rigore, disponibili in pochi secondi e alla modica cifra di 3,90.

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Posted in: Critiche