E.pica 1/3

Posted on 28 ottobre 2010

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– So you found out you are not a business man after all.

– Just a man.

– An ancient race.

Once upon a time in the West (Sergio Leone)

[Questo post l’ho cominciato due mesi e mezzo fa. Piano piano è cresciuto ed è diventato una sorta di piccolo studio personale, troppo lungo per essere reso pubblico in una sola volta. Ho deciso allora di spezzarlo in almeno tre parti, che sono quelle che ho già scritto ma che ancora abbisognano di limature e aggiustamenti. Forse ne verrà qualcosa di più. Con un po’ di pazienza pubblicherò anche il resto]

Perché abbiamo bisogno di epica?

Mi arrovello da tempo su questo interrogativo. Lo aggredisco da più parti, con più strumenti, ne illumino alcuni versanti, ma altri restano ancora all’oscuro e finisco con il lasciare che il bisogno ecceda la comprensione. Detto altrimenti: perchè ci affascinano certe narrazioni, certi personaggi, certi avvenimenti che incorporiamo all’interno di una definizione – labile, dai contorni incerti, eppure identificabilissima – di epica? E chi siamo noi vittime di questa fascinazione? Ancora: quali sono i tratti comuni di ciò che etichettiamo come epico? La domanda nasconde problemi più vasti, questioni dolenti, sfondi di difficoltà esistenziale. Provo a districarmi, perchè se trovo la risposta – questa la mia aspettativa – allora riesco a ricongiungere il passato e il futuro.

1. Chi siamo noi?

Si sviluppa un senso di appartenenza basato su un comune sentire. Si sa e si mena vanto di essere una minoranza, sia essa di volta in volta cronologica, geografica, intellettuale, o persino una minoranza del dolore.

– I mondiali del 1982 io me li ricordo, la faccia da pazzo di Tardelli quando segnò…

– Se fai una citazione del Conte Mascetti e il tuo interlocutore la coglie, allora sai di poterti fidare…

– Mi sono fatto tre gastroscopie, una rettoscopia e due depressioni. Non ho paura più di niente, perchè tanto lo so che si sopravvive…

Un’appartenenza che si caratterizza per due tensioni opposte, e laceranti: quella di rafforzarsi sempre di più solo nella misura in cui si rimane minoranza, e quella di aspirare a un riconoscimento che solo accade quando la minoranza cessa di essere tale e diventa maggioranza.

– Io i Litfiba li andavo a vedere quando ancora non avevano pubblicato Desaparecido. Ora fanno musica di merda e c’hanno un pubblico di ragazzini…

Per l’anagrafe e per i sociologi siamo quelli nati prima dell’era digitale: siamo, cioè, una generazione vasta di transizione, nata e cresciuta in un mondo tecnologicamente (e quindi epistemologicamente) diverso da quello contemporaneo. Testimoni di alcune vestigia di un passato quasi del tutto rimosso – se non in alcune sacche d’isolamento: quello delle famiglie allargate, dell’emigrazione, delle tradizioni locali, dell’ospitalità – siamo cresciuti guardando la TV e facendo merenda con pane spugnato e zucchero, in cucine con i pensili di formica e le piastrelle sale e pepe. Abbiamo cioè un modo di conoscere la realtà che si fonda su parametri internamente contraddittori, nella misura in cui fatichiamo a liberarci – per paura di sradicamento? – di approcci e metodi che mal si addicono al tempo presente. Siamo come quella pianta le cui foglie esterne sono consunte e secche, e a cui le radici, ancora salde ed estese, non riescono però a portare linfa. Il Contadino ci guarda e valuta se estirparci o meno.

Per gli economisti e i giuristi siamo l’universo dei precari. E da qualche tempo anche per gli psicoterapeuti, che si sono accorti delle nostre devastazioni emotive.

I demografi ci accusano di non fare più figli. I politici ci accusano di fare troppo i figli.

Io penso che siamo soltanto le creature di un tempo che non esiste, che non ha dimensione, schiacciato dal peso del passato e dal magnetismo verso un futuro il cui orizzonte più lontano dista solo ventiquattro ore; una spirale storica che si piega su se stessa attendendo e sperando un punto di fuga. Un tempo che non fa in tempo a interrogarsi su di sé, in cui si vive e si consuma come se non ci fosse domani. In questo tempo, noi soffriamo la pesantezza e la lentezza dei nostri corpi, dei nostri organi (e il cervello è un organo, non si dimentichi), inadatti a ingurgitare questo avvolgimento a spirale. Non è un caso che le droghe di maggior successo siano droghe performative, dalla cocaina alle pasticche, dagli integratori alimentari alle chirurgie estetiche (che droghe non sono, ma come stupefacenti invadono il nostro corpo sotto forma di protesi per una natura giudicata avara).

Tutto questo ormai lo sappiamo e lo diciamo. Malgrado tutto, ci attacchiamo a quelle storie del passato che ancora ci permettono di visualizzare delle alternative. Il paradosso è che i ventenni ci guardano come dei poveri psicotici, e i sessantenni pure. Stiamo stretti tra due fuochi e non andiamo né avanti né indietro.

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Posted in: Antropologie, eFFe