M.essico 1, 2 e 3

Posted on 22 ottobre 2010

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Come forse qualcuno ricorderà, il blog della catena di hotel Best Western mi aveva chiesto una serie di pezzi dedicati al viaggio e declinati secondo alcuni temi: cultura, cibo, musica, cinema, sport e style. Io ho proposto il Messico, che è un po’ la mia patria affettiva. Ne hanno pubblicati tre, con cadenza irregolare e stabilita da loro. Il quarto l’ho inviato oggi e aspetto che mi dicano quando uscirà. Sono dei post generici, informativi, un po’ ammiccanti, lontani dal taglio di questo Abbecedario, ma non per questo meno interessanti. Incollo qui di seguito i primi tre, rimandando anche alle pagine originali in cui sono usciti e invitandovi, se vi piacciono (o per lo meno se non vi fanno troppo schifo) a visitarle e votare in calce a ciascuno di essi.

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1) ¡Que viva México!

Andare in Messico è sempre il frutto di una scelta, che sia o no consapevole. Essa riguarda il desiderio di trovare un luogo, una terra, dove il tempo scorre in maniera più lenta, più densa, rispetto alla vita frenetica che conduciamo ogni giorno da questo lato dell’Atlantico. Dove le regole del vivere civile valgono solo fino a un certo punto, e l’aspetto umano delle relazioni prevale, nel bene e nel male, su quello freddamente procedurale.

Neruda scrisse che il Messico aveva aperto le sue porte e le sue mani all’errante, al ferito, all’esiliato, all’eroe – terra per storia e destino accogliente, luogo d’incontro tra il Vecchio e il Nuovo Mondo. Il Messico è allora la patria di tutti, perché accetta ogni viaggiatore, senza distinzioni.

Eppure è un paese con delle radici profonde, che risalgono fino all’alba dei tempi, quando le prime civiltà indigene ne popolarono le terre e costruirono imperi: gli Aztechi nelle valli centrali e i Maya nello Yucatán, in primo luogo, ma anche gli Olmechi e gli Zapotechi in quelli che oggi sono gli Stati di Veracruz e Oaxaca. Popoli che, venuti a contatto con i conquistatori spagnoli, morirono di malattie a loro ignote, di stenti e fatiche, ma la cui cultura si mescolò con quella importata dalla Spagna e si espresse in tutti gli aspetti della vita comune, dalla cucina all’arte, dalla lingua all’agricoltura. Senza il Messico, oggi non avremmo tabacco, pomodori, mais, fichi d’india, per esempio.

Proprio in questi giorni si celebra un doppio anniversario: il bicentenario dell’indipendenza dalla Spagna e il centenario dello scoppio della Rivoluzione Messicana, la prima rivoluzione del Novecento. Il Paese è agghindato a festa, la musica non cessa di suonare e il tequila di scorrere a fiumi: l’orgoglio patrio è al massimo livello, ma è un orgoglio aperto, includente, né nazionalista né arrogante, l’orgoglio di chi si sente parte di una comunità più grande del proprio quartiere, estesa fino a comprendere tutto il genere umano. Questo è il Messico, terra d’incontro di uomini e culture.

2) La cucina messicana, originalità e sabor

Parlare di cibo, in Messico, è come parlare della religione: c’è un alone di sacralità e rispetto quando si discute dei piatti migliori e di come prepararli. Cinque secoli di meticciato culturale hanno trovato nella cucina il migliore ambito per un’elaborazione pacifica di ricette innovative e originali. A partire dagli ingredienti locali: il mais, i fagioli e i mille peperoncini diversi, la base della cucina indigena, ma anche il cacao, i pomodori e l’agave. Lo sapevate che la parola “tomato” viene dalla lingua degli Aztechi, il nahuatl? Si diceva, e si dice ancora oggi, “tomate”! E la cioccolata? I Maya chiamavano kakaw i semi di cacao e chacauhaa o chocolhaa la bevanda che ne derivavano, riservata solo ai nobili ed ai sacerdoti.

Insomma la storia dello scambio alimentare tra Vecchio e Nuovo Mondo è lunga e interessante, soprattutto per noi Italiani: un toscano che mangi il mole poblano – una salsa scura e agrodolce, che si mette sul pollo lesso, a base di cacao e peperoncino – non tarderebbe a riconoscere la somiglianza con la salsa dolceforte con cui si guarnisce la lepre o il cinghiale e dovrebbe risalire ai mercanti spagnoli che nel ‘600 trafficavano tra il Messico e Livorno per ritrovarne le origini. Un altro esempio? Il tequila (sì, in Messico tequila è maschile!) si produce distillando il cuore dell’agave azzurro, una pianta che cresce solo nel Messico centrale; ma senza gli alambicchi importati dall’Europa non si sarebbe mai potuto ottenere una bevanda così fine!

Figlia di padri diversi, la cucina messicana ha però sviluppato nei secoli dei tratti distintivi che la rendono tra le più famose cucine del mondo: la sua predilezione per i sapori piccanti e per l’uso esclusivo di ingredienti locali, e soprattutto l’estrema convivialità dei commensali! Provate a sedervi a tavola una domenica pomeriggio in una famiglia messicana: tra un aperitivo di tequila y sangrita, una sopa de tortilla, un bistec a la tampiqueña e un pollo con mole innaffiati di birra Corona o agua de horchata, un flan per dolce e una marea di chiacchiere, risate e albures (doppi sensi), non vi alzerete prima che faccia buio, è garantito!

3) Acción! La lunga storia del cinema messicano

Sarà per i panorami mozzafiato che solo certi paesaggi messicani sanno offrire, dove il cielo e la terra si toccano in un abbraccio elettrico ed esplosivo. O per i tratti di pietra e argilla delle sue genti. O forse perché i messicani sanno raccontare storie epiche con la facilità di un pettegolezzo. Non si spiegherebbe altrimenti il perché i cineasti messicani siano tra i più originali del Novecento e di questo ventunesimo secolo.

A partire dagli albori del cinema sonoro, in quegli anni ’30 e ’40 in cui l’industria messicana produceva centinaia di film all’anno, portando alla ribalta star come Lola Beltrán, Dolores Del Río, Pedro Infante e Cantinflas (la versione messicana del nostro Totò!), costruendo una vera e propria mitologia nazionale, fatta di femmes fatales, charros senza macchia e grandi bevute di tequila al suono della musica mariachi. Un Messico epico, insomma, che attrasse cineasti del calibro di Eisenstein e artisti come Artaud e Majakovskij.

Una tradizione che si è sviluppata, ha percorso strade originali e prodotto autori di grandissimo spessore e opere di qualità. Qualche nome? Registi come Arturo Ripstein, che comincia la sua carriera come assistente di Luis Buñuel e scrive il suo primo lungometraggio con scrittori “di peso” come Carlos Fuentes e Gabriel García Márquez; Alfonso Cuarón, autore di celebri film come Y tu mamá también, Harry Potter e il prigioniero di Azkaban, I figli degli uomini; Guillermo del Toro, vero e proprio maestro del fantasy e dell’horror con Mimic, Il Labirinto del fauno, Hellboy, La spina del diavolo; o il mio preferito, il magistrale Alejandro Gonzáles Iñárritu, l’autore di capolavori pluripremiati come Amore Perros, 21 grammi, Babel e del recentissimo Biutiful per il quale Javier Bardem ha vinto il premio come miglior attore all’ultimo Festival di Cannes. La lista potrebbe continuare ancora e includere giovani autori come Rodrigo Plá, Carlos Reygadas e Arturo Nuñez.

Tutti – registi, sceneggiatori, attori – hanno in comune un modo di fare cinema che trova sempre ispirazione nei luoghi e nelle storie del Messico, di quello passato e di quello presente. Una fonte così potente di stimoli che ad essa si sono abbeverati anche tantissimi autori stranieri, da Eisenstein a Tarantino, passando per il nostro Salvatores. Ancora una volta, il Messico è la patria di tutti – di tutti quelli che hanno, offrono o cercano una visione del mondo aperta e originale.

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Posted in: Antropologie