P.erò(n)

Posted on 4 ottobre 2010

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Vedi i casi della vita. Mi è capitato di conoscere questo tipo su Anobii, frequentando un gruppo di letture anarchiche. Poi scopro che è un redattore di Carmilla e che si occupa (come si suole dire) di Argentina, terra di cui ho enorme nostalgia. Finisce che cominciamo a scriverci, chè io vorrei leggere il suo ultimo romanzo e non riesco a trovarlo in libreria. Lui si offre di spedirmelo a cambio di una bottiglia di Sauternes del 2008 e un camembert della Normandia. Io gli rispondo che ci sto, ma che se poi il libro non mi piace mi deve spedire un Sangiovese in purezza e un pecorino di Fossa. Si chiama Alberto Prunetti, su Anobii è Potassa, e forse non passerà alla storia della letteratura, ma di uomini così ce ne vorrebbero di più.

Alla fine il libro l’ho trovato, e quella che segue è la mia recensione al suo “Il fioraio di Perón“.

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Quello di Alberto Prunetti è un libro giusto, in un duplice significato: in primo luogo perchè il tema della giustizia lo attraversa come un filo rosso dalla prima all’ultima pagina, e in secondo luogo perchè gli ingredienti che lo compongono sono dosati con equità.

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“Il fioraio di Perón” narra le storie parallele di Cosimo Guarrata, emigrante trapanese che al principio del secolo s’imbarca per l’Argentina e piano piano diventa il fioraio ufficiale della Casa Rosada, e del suo pronipote Alfredo, che si reca a Buenos Aires sulle tracce dello zio e, forse, di un’eredità. Nel seguire l’ascesa di Cosimo – da emigrato spiantato a decoratore floreale del Palazzo di Governo argentino – Prunetti dipinge con precisione l’atmosfera di una Baires babelica e sudata, dove i carichi di immigrati che scendevano dalle navi intrecciavano le loro storie di vita con quelle dei vecchi discendenti dei colonizzatori spagnoli, tra una milonga e un bicchiere di Fernet, dando così origine alla patria di chi non ha patria, a quell’Argentina che tanto assomiglia a una certa Italia. Le descrizioni dei quartieri di Belgrano e San Telmo, delle balere e dei bar all’angolo sono assai vivide. Così come quelle della capitale moderna, vista attraverso gli occhi di Alfredo: l’arrivo all’aeroporto di Ezeiza e il percorso in taxi verso la città viene raccontato con grande precisione, e chiunque lo abbia fatto se ne accorge immediatamente. Vere pennellate sono le parti in cui sono i fiori a fare da protagonisti, con i loro colori ma soprattutto con i loro simbolismi, come il girasole “uso a chinar il capo all’Astro”…

Il libro è basato su una storia vera, quello di un prozio dell’autore, e non è difficile vedere in Alfredo l’alter ego di Alberto. Ecco perchè si tratta di un romanzo-reportage, come lo definisce Massimo Carlotto nella prefazione; che cosa significa? Significa che Prunetti dosa con maestria elementi storici con elementi di fantasia, e così facendo costruisce una trama che tiene il lettore attaccato alle pagine. Il libro infatti ha un ritmo sostenuto ma equilibrato, e l’autore semina qua e là persino degli elementi di suspance, quasi a volergli dare una sfumatura di giallo. Ma significa, soprattutto, che nella storia emergono anche i problemi – i drammi, talvolta – della Storia, quella con la S maiuscola. L’Argentina del secondo Novecento viene così caratterizzata come marchiata a fuoco dall’esperienza peronista e da quel malsano protagonismo politico del caudillo di turno, con tutto il suo portato di violenze ed abusi. Cosimo Guarrata assiste a questa Storia dalla sua posizione privilegiata dentro la Casa Rosada (così chiamata perchè la tintura delle pareti era fatta di sangue di bue); Alfredo nè percepisce ancora i fantasmi, gli strascichi, le ingiustizie camminando per le vie di Baires nell’anno 2006.

Il tema della giustizia Prunetti lo declina allora in molti modi, ma sta attento a nasconderlo tra le righe senza abbandonarsi alla retorica. Dalle cause dell’emigrazione italiana d’inizio Novecento, alle rivendicazioni degli operai argentini e dei descamisados, fino agli orrori della dittatura (1976-1983) ed ai tentativi di processarne i responsabili che continuano ancora oggi.

L’importanza del libro, a mio giudizio, sta nel fatto che nel fare una storia in e dell’Argentina, Alberto Prunetti sta però parlando d’altro. E non solo perchè il tema della giustizia è universale, ma perchè l’Argentina è troppo simile all’Italia per non notarne i paralleli. Quando la realtà politica e sociale di un paese si deformano, allora c’è bisogno di uno specchio deformato e deformante per tornare ad avere un’immagine precisa dello stato delle cose: l’Argentina di Prunetti è allora lo specchio di un’Italietta ancora malata di microfascismo, di culto dell’eroe, di pretese (pseudo)nazionalistiche di fronte a una società in cui gli immigrati sono sempre di più e sempre più importanti per il tessuto sociale.

Unica pecca del libro, una scrittura che a mio modo di vedere ha due grossi limiti: in primo luogo Prunetti rende in Italiano lo Spagnolo bonairense (quello parlato da Alfredo e da alcuni personaggi, tra cui un Osvaldo Bayer deus ex machina) in modo forse troppo letterale, laddove forse sarebbe stata più opportuna una trasposizione della ricchezza e della coloritura della lingua locale con dei corrispettivi italiani (magari regionali?). Ne viene fuori una cadenza che al lettore italiano (ancor di più a quello che ha familiarità con lo Spagnolo argentino) può apparire troppo artificiosa, mal costruita (ma questo significa che se il libro verrà tradotto per un pubblico argentino, avrà maggiore gradimento). In secondo luogo ho notato uno scarto significativo (forse voluto, chissà) tra la lingua e la materia narrata: se da una parte evita i toni retorici, dall’altra la lingua dell’autore non mi sembra scavare più di tanto dentro le faccende, anche e soprattutto quelle storiche, che narra. Mi pare cioè che ci sia un deficit dello strumento, a fronte di una ricchezza di contenuti. La confusione di cui è spesso vittima Alfredo ne è un sintomo e un esempio.

Quello che riconosco all’autore – e non è poco – è la capacità di appassionare alla storia, di suscitare domande, di dipingere atmosfere. E soprattutto di offrire uno specchio per quest’Italia fatta di caudillos e farabutti.

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Posted in: Critiche, Estetiche