E.cologia

Posted on 26 settembre 2010

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Frida non l’ha fatto apposta, è stata colpa mia, ché non me ne sono accorto prima.

I nostri fine settimana, da quando siamo andati a vivere insieme, sono finiti quasi sempre in litigi. Il fatto è che le nostre aspettative sono radicalmente diverse, e io ci ho messo un po’ a capirlo, ma poi glielo ho detto in maniera chiara. Lei lavora dal lunedì al venerdì, dalle otto di mattina alle otto di sera, in un ufficio dove ricopre un ruolo abbastanza importante e che ha dei ritmi frenetici: consegne, riunioni, progetti, e pure pranzi di lavori ed aperitivi di circostanza. Per di più il suo lavoro le piace e quindi non esita a dedicarvi più tempo del dovuto. Allora succede sempre che la sera, al suo ritorno, ceniamo, scambiamo due chiacchiere e poi lei va a dormire. E io affronto i giorni e le notti in perfetta solitudine.

Il mio lavoro, invece, è impalpabile. Non produce alcun risultato, non si può vedere o toccare o assaggiare. Non ha orari, ma soprattutto non ha ritmi, scadenze o consegne da rispettare. Ecco perché prima di svolgerlo pulisco accuratamente la cucina: lavo i piatti, spazzo il pavimento, tolgo le briciole dalla tovaglia con il mini aspirapolvere, pulisco le mensole e i ripiani, affilo i coltelli. In questo modo riesco a procurarmi la piacevole sensazione di soddisfazione per un lavoro ben fatto, il cui risultato sia immediatamente percepibile. Ma Frida questo non è mai riuscita a capirlo e con un misto di benevolenza e ironia mi dice che sono la sua casalinga preferita.

Nei primi mesi succedeva la domenica: mi arrabbiavo e partivano le sceneggiate. Io le urlavo in faccia che non si può ridurre la vita di coppia a una sequenza di attività concentrate tra il venerdì sera e la domenica sera, che l’amore non è a tempo, non è part-time, che non si può stare insieme solo 48 ore a settimana. Lei mi guardava incredula, con una faccia completamente inebetita. E io davanti a quella faccia mi incazzavo del tutto, la mandavo affanculo perché non capiva un cazzo.

– Rincoglionita di merda, serva, puttana del lavoro!

Di fine settimana in fine settimana la tensione aumentava. Il venerdì sera andava ancora bene, perché spesso cenavamo fuori o incontravamo degli amici. Oppure rimanevamo a casa e facevamo l’amore. Frida ha un corpo splendido, io ne sono rapito, e l’amo come meglio so, ma dura sempre poco perché lei è stanca e vuole dormire. Alla fine ci abbracciamo e io le dico che è bellissimo toccarci, che dovremmo farlo più spesso, per più tempo, lentamente, tutti i giorni anche, e che insomma abbiamo bisogno di immaginare  una vita di coppia diversa, di costruire insieme un’ecologia della coppia. Però poi succedeva che il sabato mattina l’elettricità si sentiva nell’aria, e bastava una virgola fuori posto per esplodere. Ieri, per esempio, ho preso tutte le padelle e le ho sbattute con forza sul pavimento, ai suoi piedi. L’ho vista spaventata, ma anche indurita.

Il problema secondo me è che lei non è abituata a faticare. É una lavoratrice molto seria, è capace di stare ore intere con la testa nel computer o fra le carte, farebbe chilometri e chilometri per portare a termine un impegno, sale e scende in continuazione da aerei, treni e taxi, eppure la fatica non sa cosa sia. La fatica della differenza, intendo. Datele una procedura qualsiasi, anche complessa, e la porterà a termine in maniera ineccepibile ed efficace. Una lavoratrice così se la contendono in molti, in effetti. Ha un senso del dovere molto spiccato, frutto di un’educazione prussiana, e anche il suo senso estetico risente di quell’impostazione. Esiste, cioè, nella sua visione, un catalogo di cose che sono “belle” perché sono socialmente riconosciute come tali: un certo pittore, un paesaggio, un piatto, una destinazione di viaggio. O una passeggiata la domenica. Io trovo che questo atteggiamento sia superficiale, e non ho mai smesso di farle notare la sua mancanza di profondità.

A me non piace passeggiare nel parco.

È bastata questa frase. Stavolta è scoppiata lei per prima e io ho cercato di portare pazienza all’inizio, di spiegarle il mio punto di vista nella maniera più chiara di cui fossi capace, ma lei era un fiume in piena. Di solito piange. Mi guarda sconvolta, e le lacrime prendono a scorrere secondo un automatismo perfettamente funzionante. Non singhiozza né sussulta, ma semplicemente produce un’incessante quantità di lacrime. Il che non m’intenerisce affatto, e al contrario mi rende ancora più nervoso. Ma non questa volta. Sono rimasto seduto a fissare la tovaglia, ho aspettato con calma che terminasse la sua sequela di domande retoriche e lo ho chiesto una cosa semplice.

Che cosa ti aspettavi?

Non era una domanda retorica, o peggio sarcastica. Da tempo ormai le vado dicendo che è con la realtà che bisogna fare i conti, che la si può certo modificare, che per questo bisogna sforzarsi e faticare, che non si deve abbandonare il campo prima di aver provato a vincere. Le prime volte glielo dicevo con arroganza, come se queste fossero delle verità così palesi che nessuno può negarle. Ma il messaggio non arrivava. Ho provato con le argomentazioni logiche, sequenziali, passaggio dopo passaggio, persuaso che una donna come lei mi avrebbe seguito senza difficoltà. Nemmeno questo funzionava.

Stamattina, quando ha cominciato a piangere e a lamentarsi, mi sono ricordato che l’amo, e che l’amore talvolta ha bisogno di un po’ di dolcezza. Ho una voce suadente io, quando non urlo. Le ho detto allora che io non sarò mai aderente alla sua fantasia, che se ci scontriamo è perché io oppongo resistenza al suo tentativo di ridurmi a una proiezione della sua immaginazione, e che questa sua fantasia è un desiderio di possesso, una violenza nei miei confronti. Le ho anche citato quella canzone che dice “se ami qualcuno, lascialo libero”, perché in fondo ho sempre creduto che nelle canzoni pop sia racchiusa una grande saggezza. Lei ha ripetuto in continuazione che non è vero, che è tutto falso, che mi sbaglio. Io però sorridevo, mostravo ottimismo, insistevo che se avessimo cominciato a guardare le cose come stanno e non come desideriamo che stiano tutto si sarebbe aggiustato. C’avevo messo un po’ a capirlo che con lei bisogna andar piano, con dolcezza, perché non deve essere per niente facile, per lei che non è abituata alla fatica, abbandonare un pezzo di se stessa.

– Credi davvero?

Non avevo mai sentito prima quel tono. Il ceppo di legno dei coltelli è lì a due passi, sulla cassettiera al lato del lavello. Quando ho visto il suo braccio tendersi verso il mio fianco destro, mi sentivo ancora ottimista. Mi sono meravigliato, però, quando ho realizzato che mentre affondava la lama nel mio fegato con determinazione, tutta, fino al manico, stava sorridendo. E io che la credevo superficiale.

[Jacques-Louis David, La mort de Marat. Il testo nella mano sinistra recita: “13 luglio 1793. Marianne Charlotte Corday al cittadino Marat. E’ sufficiente che io sia davvero infelice per avere diritto alla vostra benevolenza”]

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Posted in: Disamori