S.alomè

Posted on 9 settembre 2010

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I am the hero of my own shit.

Charles Bukowski

– Salomè, chi era?

– Due che cercavano la “casa del Maestro”…

– Giornalisti?

– Non credo, mamma. Non ne avevano l’aria.

– E che volevano?

– Niente, solo sapere se la casa era questa.

– E tu che gli hai detto?

– Che è casa nostra.

Salomé riaprì la finestra che aveva appena richiuso, per far passare un po’ d’aria. Era una giornata calda, ancora molto calda per quei primi di settembre, e il vento che entrava nella stanza portava l’odore del mare di Otranto. Avrebbe preferito scendere in spiaggia, godersi il sole del tardo pomeriggio e bere un frullato di frutta fresca, ma il lavorio che le toccava era ancora lungo.

Salomè, hai finito i compiti?

– Non ancora mamma, ma mi manca poco per oggi.

– Bene, sbrigati, lo sai che stasera siamo a cena fuori.

– Sì mamma, lo so, ma io devo venire per forza?

– Sì, lo sai.

La madre si avvicinò alla figlia e le poggiò una mano sui capelli morbidi.

Un giorno, non troppo lontano, quest’odissea finirà. Ma per il momento bisogna avere pazienza e…

Salomè non rispose. Afferrò la monografia sui pittori simbolisti francesi e si tuffò nella lettura: gli esami di selezione per l’università erano vicini. La madre la lasciò sola nel grande salone ingombro di volumi e suppellettili. La seguì con gli occhi, fino a quando la porta non fu chiusa, e prima di ricominciare a leggere guardò in una cornice la foto del padre, da giovane: testa bassa, baffi curati, una sigaretta tra le labbra. Chissà dove stava andando mentre gli scattavano la foto, così immerso nei suoi pensieri, così incurante dell’occhio indiscreto della macchina fotografica, pensò. Salomè avrebbe voluto fare lo stesso: andar via, nonostante tutto o forse a causa di tutto, così, semplicemente, con una sigaretta in bocca e lo sguardo concentrato solo sui piedi e i passi da compiere. Si ricordò del padre, e pensò che sarebbe terribile se i morti rivivessero.

Si sforzò di riprendere la lettura, ma ormai la distrazione si era impossessata di lei. Se quei due importuni non l’avessero disturbata, avrebbe terminato per tempo e magari sarebbe potuta uscire a passeggiare e a fumare di nascosto della madre. Ripensò a quei due strani tipi che poco prima avevano suonato al citofono chiedendo se fosse quella la “casa del Maestro”; aveva creduto a uno scherzo, ma quando si affacciò alla finestra per controllare, e risentì formulare la stessa domanda, capì che quei due dicevano sul serio.

*     *     *

Il primo ad averle rivolto la parola era basso e tarchiato, pelato, decisamente dozzinale. L’altro, invece, portava una barba di qualche giorno ed aveva un largo sorriso e due occhi verdi che risaltavano sulla pelle abbronzata del viso. Avevano più di trent’anni di sicuro.

E’ davvero questa la casa del Maestro?

– Lo era, ora è nostra, della sua famiglia.

Il tipo basso fece un risolino, si voltò a guardare quell’altro, bofonchiò un ringraziamento e scappò via incespicando sui lastroni di basalto del viottolo. Il suo amico rimase a fissare il volto di Salomè, guardandola come si guarda un panorama. Salomè si sentì a disagio per quello sguardo insistente e vasto.

Perdonaci, non volevamo disturbarti, nè tanto meno offenderti.

– Non fa niente.

– Sei stata molto gentile a risponderci, non l’avremmo mai sperato. Ed è bello conoscerti ora, anche se sarà solo per poco.

Salomè raccolse con una mano i capelli che il vento aveva scompigliato.

Grazie davvero. Ti saluto, stai bene.

Si avviò a raggiungere l’amico fuggitivo. Salomé non ebbe il desiderio di richiudere i vetri fino a quando quell’uomo non ebbe raggiunto il fondo del vicolo.

*     *     *

Il caldo non le dava tregua e di studiare non aveva più alcuna voglia. La madre era appena uscita per bere un aperitivo con il suo amico Goffredo e sarebbe tornata solo per prepararsi alla cena di quella sera. Salomè andò in camera sua, si svestì completamente, prese un pareo di seta dall’armadio e lo indossò come una tunica. Tornò nel salone, spalancò le finestre e si stese sul divano. Era stanca, si sentiva sola. Chiuse gli occhi e tornò a pensare a quell’uomo che l’aveva fissata dalla strada.

Salomé! Salomé! Vieni a mangiare la frutta con me! Salomè! Vieni! Fa caldo, andiamo insieme al mare! Salomè!

– Salomè! No, non guardare i miei tatuaggi e le mie ferite, non devi, non bisogna cercare simboli dappertutto, altrimenti la vita diventerebbe impossibile. Non bisogna guardare mai nelle persone, nelle cose, mai…

– Salomè! Vieni! Ti regalerò parole rosse e gialle, e veli e argenti. Salomè, le parole, esse sono il mio dono e il mio giogo, io della mia parola sono schiavo e la mia è parola d’amore. Te la dono perchè non la posseggo, Salomè, è essa a possedermi e io non sono che un sasso gettato su questa scogliera che guarda a Oriente…

– Ebbene sì, Salomè, io ti ho guardata tutta la sera e la tua bellezza mi ha turbato. Salomè, danza per me! Danza per me Salomè!

Si risvegliò di colpo, madida di sudore. Il pareo si era sciolto, le era scivolato di dosso, e la sua pelle nuda strofinava contro il velluto blu del divano. Il sole cha calava filtrava i suoi raggi gialli dalla finestra – Salomè si mise prona per non esserne investita, le braccia sotto la pancia e il viso affondato in un cuscino. Provò un piacere del tutto nuovo quando capì, sulla punta delle dita, che la sua femminilità stava negli occhi distanti di uno straniero.

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Posted in: Disamori