P.aternità

Posted on 21 agosto 2010

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Ricordo la prima volta che ho dovuto produrre una ricerca scritta di un certo livello: si trattava di una tesina per il diploma di maturità. Mi si chiedeva un minimo di 4000 parole, una struttura più o meno standardizzata (introduzione, corpo centrale e conclusione) e una bibliografia. Eravamo nei primi anni ’90, e non avevo ancora mai né navigato né mandato un email. Scrissi la tesina, su un tema di letteratura italiana quanto mai ambiguo, in quattro giorni – dopo settimane passate a raccogliere informazioni, spunti, a buttar giù appunti – adoperando un computer portatile della Olivetti che mi fu prestato da un amico. Windows 3.1 e Word 2.0 mi facevano sentire fortunato, sebbene non li capissi molto bene, perchè erano considerati molto più sviluppati di quanto utilizzava la maggior parte dei miei compagni di classe: WordPerfect 5.0 e il caro, vecchio MS-DOS.

Quando vidi uscire la prima stampa della tesina dalla stampante ad aghi, mi commossi. Ricordo che all’amico proprietario del portatile, lì accanto a me, dissi: “Mi sento padre!”.

Molti altri testi, prevalentemente accademici, furono in seguito elaborati con tecnologie più avanzate e videro la luce con gioia e fatica; ma quella sensazione di paternità non ebbe mai più a ripresentarsi. Per molti figli nati, tuttavia, devo confessare che almeno dieci volte di più ne ho abortiti, e che cento volte tanto il mio seme intellettuale è stato sparso al vento, senza mai raggiungere la carta. O lo schermo.

Mi è capitato di rileggere, in maniera del tutto inaspettata, uno di questi innumerevoli figlioli; ne ho provato disgusto. Non avrei mai creduto di essere in grado di scrivere un tale grado di castronerie boriose e cacofoniche, disarticolate e inconcludenti. Mi sono sentito come lo zingaro che vede il bambino creduto suo figlio avere la pelle del colore della luna: non gli appartiene e lo rifiuta. Poi, passata questa prima sensazione, sono riandato con la memoria al tempo in cui scrissi quel saggio, e la distanza – più che l’indulgenza verso me stesso – mi ha fatto osservare le condizioni in cui partorii quell’obbrobrio: i limiti di circostanza, lo stato emotivo, il percorso di ricerca che intendevo seguire. Ho ricordato come difesi quel testo di fronte ai suoi denigratori, e come, pur sapendo che non era il migliore dei miei figli, in fondo lo apprezzassi. Gli volli bene, per così dire.

Ed allora ho capito: se avevo voluto bene, ed ora provavo disgusto, non era perché misconoscevo il frutto del mio stesso pensiero e del mio lavoro, ma perché era questo a misconoscere me. A rifiutarmi. Sono io quello che è cambiato nel tempo, non il testo che scrissi otto anni or sono: esso presenta esattamente gli stessi molti limiti e gli stessi pochi pregi che presentava quando uscì dalla stampante. Non è stato lui a mutare, a peggiorare, a imbarbarirsi, ma sono stato io a cambiare, tanto che ora di esso mi vergogno e mai mi sognerei di difenderlo in pubblico. In altre parole, sono stato io a tradirlo. Ed esso mi ha ripagato gettandomi in faccia il suo disgusto, rifiutandomi.

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Questa è allora la strada da fare per dirsi uomini: trasformarsi coscienziosamente nelle vittime dei propri figli. Non basta uccidere il Padre – la Legge – per diventare uomini: chi uccide suo padre diventa solo orfano, e in quanto tale rimane figlio. Chi vuole dirsi uomo deve allora dirsi padre, diventare carne per i propri figli, lasciare che si cibino di sé come un tempo ci si nutrì del proprio padre. La paternità in questo consiste: una deliberata, auto-inflitta, condanna a morte.

Una sentenza capitale, però, che rappresenta l’unico atto che in un’unica volta ci fa uomini, dà un senso e una continuità alla nostra esistenza (e pertanto all’esistenza dell’intero genere umano), e sconfigge la morte, scegliendola.

[Francis Bacon – Oedipus]

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