D.isegni

Posted on 19 agosto 2010

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Da bambino sono sempre stato pessimo a disegnare. Venivo anche puntualmente ripreso dalla maestra perchè quando coloravo i disegni prestampati non riuscivo mai a stare dentro ai bordi, e il colore sbavava. Ricordo che in realtà trovavo estremamente noioso, e di dubbio gusto estetico, essere costretto a un movimento ripetititivo con uno strumento di scarsa qualità – i pennarelli made in Taiwan – all’interno di uno spezio etero-determinato. La catena di montaggio dell’infanzia, insomma. Ero un anarchico della prima ora.

Sarebbe andata un po’ meglio con i disegni tecnici, grazie all’ausilio di righe e squadre, una volta arrivato alle scuole medie. Ma già sul finire delle elementari, quando ormai la confidenza con gli strumenti di scrittura e la carta rigata o quadrettata era già consolidata, provavo, di mia volontà, a disegnare scene della vita quotidiana in due dimensioni. Si trattava di una specie di istantanee dal valore documentario, che tentavano d’includere di ogni situazione prescelta i dettagli che consideravo più salienti. Per esempio, se disegnavo una serata in pizzeria con i miei genitori, mi premuravo d’includere anche il pizzaiolo e il forno, presso il quale, in attesa delle nostre pizze, io stazionavo rapito dai gesti complessi di quell’uomo bonario.

Spesso disegnavo scene di vita urbana: erano le uniche in cui potevo usare un po’ di fantasia e ispirarmi a più fonti. Del resto, sono cresciuto in una cittadina del napoletano il cui sviluppo urbanistico non ha mai avuto nulla di pianificato, essendo il risultato dell’iniziativa privata di singoli cittadini, spesso assai ignoranti in fatto di architettura (Antonio Pascale ha scritto delle pagine bellissime sull’edilizia di quella zona e su come essa rispecchia delle caratteristiche antropologiche). Le mie fonti erano in primo luogo i sussidiari e i testi scolastici e in secondo luogo i fumetti: in entrambi i paesaggi urbani venivano disegnati in modo tale da riprodurre un ordine ideale, armonico, costruito intorno alle esigenze degli abitanti, i quali, a loro volta, utilizzavano tali spazi in maniera responsabile e consapevole. Apprezzavo moltissimo quei disegni, mi davano speranza e un senso di tranquillità, e cercavo di riprodurli disegnando, in pianta, strade, negozi, arredi urbani, alberi, piazze e finanche persone che passeggiavano con tanto di carrozzina e cane al guinzaglio.

Quel senso di tranquillità che provavo da bambino sono riuscito, dopo anni di peregrinazioni per il mondo, a ritrovarlo a Parigi.

Per un felice miscuglio – su cui varrebbe la pena fare un approfondimento, soprattutto in chiave comparativa – di senso civico, lungimiranza e buona amministrazione pubblica, le strade di Parigi, al di là delle evidenti peculiarità di ciascun quartiere, presentano un’armonia quasi stupefacente. Mi riferisco a quelle zone dove i parigini abitano, i quartieri residenziali, quelli dove i turisti non si avventurano: tolte le aree monumentali e le attrazioni turistiche, sto parlando della stragrande maggioranza del territorio cittadino.

Io, per esempio, abito in una zona che realizza le più spinte fantasie urbanistiche della mia infanzia.

Si tratta di un crocevia dove s’incontrano due viali e qualche strada minore, formando una rotonda irregolare. Un sistema perfettamente funzionante di semafori controlla e articola il traffico automobilistico e pedonale, dando sempre la priorità a quest’ultimo. Due fermate della metropolitana, di due linee diverse, sono a meno di 100 metri dal portone di casa, mentre la fermata dell’autobus è a 10 metri; se la giornata è bella e le gambe buone, mi basta attraversare la strada per prendere a noleggio un Velib e pedalare dove mi pare, sicuro che in un raggio di 300 metri posso trovare una stazione dove parcheggiare la bicicletta. Il mio portone dà su un piccolo spiazzo alberato, sul quale trovano spazio una panetteria con i tavolini all’esterno, un ristorante cinese, un minimarket aperto fino a tarda notte e una farmacia; dal lato opposto della rotonda, in diagonale, c’è un bar tabaccheria. In pratica tutti i miei bisogni primari (cibo, alcol, sigarette e pillole per il mal di testa) sono soddisfatti – e questo senza considerare che nel raggio di 400 metri ci sono 4 supermercati di catene diverse. Tutto ciò in un contesto architettonico relativamente uniforme, ma non per questo noioso o ripetitivo.

Quel che mi ha stupito di più, dal momento in sui mi sono trasferito nella capitale francese, sono tuttavia i dettagli. Gli arredi urbani, per esempio. Perfetti. Pali del semaforo che oltre a una certa eleganza offrono un doppio set di luci: in alto, affinché gli automobilisti che vengono da lontano possano vedere per tempo il rosso o il giallo, e ad altezza uomo, per i ciclisti che pedalano sereni nelle corsie preferenziali presenti quasi ovunque. Attraversamenti pedonali sempre corredati da guide tattili e segnali acustici. Segnaletica stradale, sia orizzontale che verticale,  chiarissima, mai rovinata. Fermate dell’autobus con display che indicano quanto manca all’arrivo del bus in tempo reale (grazie al GPS). Grate di ghisa che circondano la base degli alberi, per evitare che s’inciampi in eventuali dislivelli!

Potrei continuare ancora. A tutto ciò si aggiunge – è importante ribadirlo – un senso civico diffuso, che impedisce ai cittadini di considerare la cosa pubblica come proprietà privata.

Con questo non voglio dire che Parigi sia il paradiso: naturalmente la vita cittadina presenta anche dei difetti, delle brutture, degli svantaggi. Ma questi non riguardano le forme del vivere cittadino, quanto piuttosto le sue modalità: quanto sia difficile affittare un appartamento per colpa della burocrazia o di certe logiche di mercato non ha nulla a che vedere con il fatto che, una volta che vi si riesce, si può godere di tutta una serie di servizi e comodità studiati con precisione. Tutto sommato a Parigi si realizza una certa perfettibilità, un’attenzione al dettaglio che serve a migliorare drasticamente la qualità della vita, individuale come collettiva. Questo genere di attenzione ha il doppio pregio di cercare, e spesso trovare, un’articolazione tra funzionalità ed estetica, senza derogare né all’una né all’altra.

Io mi scopro allora a vivere in un disegno immaginato da un bambino poco creativo ma molto acuto. Tuttavia, poiché l’età dell’innocenza l’ho superata da un pezzo e son ben addentro a quella della diffidenza, mi chiedo se in questo disegno ci sia spazio per una terza dimensione, per una profondità, per una vita che non si arresti alle forme, ma che al contrario le pieghi alle infinite dinamiche della convivenza umana.

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Posted in: Banalità, eFFe