A.peritivo 2

Posted on 6 agosto 2010

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Avevo già scritto – in termini non troppo lusinghieri – di ciò che penso dell’italico rituale dell’aperitivo, del suo valore di fatto sociale totale e del suo simbolismo. Si capisce, tuttavia, che proprio questa sua funzione simbolica non ne fa il centro delle mie considerazioni, ma solo lo strumento: parlare dell’aperitivo significa in verità parlare di un tempo e un luogo, e di chi in essi vive.

Anni e anni di trincea al bar – sia davanti che dietro al bancone (ma prevalentemente davanti) – mi hanno reso un esperto della materia. So tutto su come si allestisce un buffet, cosa preparare avendo un occhio ai costi e l’altro alla clientela; ho sperimentato aperitivi classici, regionali, etnici, a tema, anticipati (“entrare in un bar alle quattro del pomeriggio per bere un caffè e uscirne 12 vodka-sour dopo” mormorava Capossela) e posticipati – nulla di più delizioso del sorriso complice di un barista che ti serve uno spritz all’una del mattino.

E’ in base a quest’esperienza che posso permettermi di esprimere la mia incondizionata ammirazione per il Miroglio Caffè e soprattutto per il suo barista Massimo. Lasciate che vi racconti.

Ne avevo letto qui e mi ero incuriosito. Ieri, uscendo da un noioso colloquio di lavoro – m’imbarazzano sempre i colloqui di lavoro, perchè mi costringono a fare sfoggio delle mie capacità, a comando – non lontano dal bar, decido di andarci. L’atmosfera è tra il classico e il kitsch, le sedie un po’ scomode. Appena entro Massimo – scoprirò che si chiama così origliando una conversazione – mi chiede cosa voglio.

– Uno spritz.

– Aperol o Campari?

– Aperol. Poco ghiaccio e fettina d’arancia.

Bene, conosce l’ABC. Non faccio in tempo a sedermi che mi arriva lo spritz. Neanche venti secondi, trasalisco. E sospetto carognoso che l’avesse già pronto – un sospetto che si rivelerà infondato dopo aver osservato la preparazione del secondo drink. Lo assaggio ed è perfetto. Insieme al bicchiere mi serve una ciotolina di mini-tartine, verdurine fritte e pastelle salate varie. Apro il libro che mi ero portato e con le dita unte comincio a sfogliarne le pagine.

L’osservo, e lui spesso se ne accorge, tant’è che diverse volte i nostri sguardi s’incrociano. Nasconde sotto le maniche della giacca delle braccia tatuate e cura maniacalmente i suoi baffi a ferro di cavallo e la mosca ad essi parallela. E’ elettrico, rapidissimo, impeccabile nei modi e nei gesti; nei momenti di vuoto si allena dietro al bancone a far piroettare delle bottiglie. Gli porto il bicchiere vuoto al bar e gliene chiedo un secondo, e mentre vado a servirmi al buffet, lui me lo fa trovare pronto al tavolo. La serata prosegue tra spritz e piattini di pasta fredda, polpettine, pizzette e torte salate.

Rapidamente si fa strada in me una sensazione nuova – o meglio, un’assenza di sensazione: non mi sento più spaesato. E non si tratta di una questione di lingua o di abitudini note, si tratta d’altro. E’ una questione di attenzione: quell’uomo dietro al bar è una persona attenta. Con un barista così mi sarei sentito a mio agio ovunque: questo vuol dire tantissimo, e lo mette sul mio personalissimo piedistallo. I suoi occhi saettano da un lato all’altro del bar e tengono tutto sotto controllo: le ordinazioni, le preparazioni, la pulizia del bancone e dei tavoli, l’allestimento del buffet. Massimo non manca un colpo. Questo genere di professionisti è rarissimo, e solitamente lo si ritrova in quei mestieri che occupano i gradini più bassi della gerarchia sociale. Sentirmi accudito da una persona a cui affiderei le sorti della mia vita mi fa sentire protetto, mi fa sentire davvero a casa.

Gli chiedo dov’è il bagno e me lo indica. Nel bagno campeggiano su un muretto due volumi d’arte e sulle pareti sono affissi poster di mostre e pittori. Capite? Uno va nel cesso di un bar e si sfoglia una monografia sul Pontormo – il Miroglio Caffè meriterebbe un premio solo per questo. Faccio quello che devo fare ed esco. Trovo il mio tavolino perfettamente sparecchiato e con sopra una piccola caraffa d’acqua e un bicchiere pulito. Sono alla commozione.

Chi ha frequentato con costanza e dedizione l’alcol sa che esso – paradosso dei paradossi – disidrata. Massimo lo sa e ti fa trovare l’acqua al tavolo dopo che hai pisciato. Non mi era mai successo prima, e per questo so di volergli già bene. Ne bevo due bicchieri, e mi sento così contento che decido di festeggiare con un giro della staffa. Mi reco al bancone e non faccio in tempo ad alzare la testa che Massimo mi chiede se può offrirmi un caffè. Signorile.

No, ti ringrazio. Vorrei uno shot… che rhum hai?

Mentre scruto la mensola delle bottiglie cercando d’indovinare la marca di quelle più nascoste, lui non esita un secondo, apre uno sportello e tira fuori una scatola intonsa di J.Bally, un prezioso rhum agricolo della Martinica. La sequenza dei gesti, sempre rapidi e precisi, è perfetta: tira fuori la bottiglia piramidale dalla scatola in cui era incastrata; toglie via la plastica di sicurezza dal tappo con un unico colpo; si volta e afferra due bicchierini; stappa la bottiglia e ne riempie uno fino in cima e l’altro fino a metà; richiude la bottiglia; raccoglie la plastica dal banco e la getta immediatamente; va a posare il J.Bally tra gli altri rhum; torna al bancone; mi porge il bicchiere pieno fino all’orlo e afferra quell’altro. Ordine, precisione, accuratezza.

Ne approfitto anch’io. Salute!

Ha capito tutto. Ecco un uomo che sa leggere il suo Prossimo ed accogliere l’Altro, ricoprendolo di attenzioni e cure.

Pronto a pagare oro per un trattamento del genere – anche se fosse un inganno, anche se fosse solo il rapporto professionale tra un fornitore di servizi e un cliente, anche se fosse solo una farsa – mi ritovo a sborsare una cifra assolutamente ragionevole per gli standard parigini. Esco, e le strade invase di turisti e stranieri mi fanno ora sorridere, perchè ora sono loro a camminare nel mio barrio…

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