M.odernità

Posted on 12 luglio 2010

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Da tempo vado osservando che da quel letamaio sociale che è la zona compresa tra il Napoletano e il Casertano spesso spuntano delle gemme di rara bellezza nel campo dell’arte e della cultura. La lista si allunga e si fa nazional-popolare, al di là dei giudizi di merito. Antonio Pascale, Francesco Piccolo, lo stesso Roberto Saviano, e soprattutto l’enorme Paolo Sorrentino, solo per limitarsi alla narrativa e al cinema. Ora si aggiunge anche Pietro Marcello, classe 1976, cineasta, autore del bellissimo La bocca del lupo.


Non è questa l’occasione di capire il perchè da una realtà socialmente devastata come quella campana provengano alcune delle migliori voci della cultura italiana contemporanea, al di là di ogni campanilismo, e con dati alla mano: i loro successi parlano da soli. E’ più interessante osservare cosa hanno in comune queste narrazioni. Qual è il filo rosso che unisce opere così diverse come Il divo, Questo è il paese che non amo, Hanno tutti ragione e La bocca del lupo?

Esse narrano la fine di un tempo. La fine della modernità. In un luogo chiamato Italia.

Altri autori se n’erano ovviamente già accorti: e non mi riferisco a gente come Spengler (seppur andrebbe perseguita a fondo una comparazione tra i suoi tempi e i nostri), ma più semplicemente al Baricco de I barbari o all’ultimo Scalfari. L’equipe campana, però, ne fa quasi un tratto distintivo: parlare del proprio tempo significa in buona misura raccontare un tempo di confine, una zona grigia della storia, una mutazione carica di nostalgie. E la nostalgia, lo si ricordi, è il dolore per una distanza: dunque si rivolge al passato come al futuro.

La bocca del lupo di Pietro Marcello questo racconta. Attraverso la storia di un amore tenace e leggero allo stesso tempo, quello di Enzo e Mary – un ex-galeotto che ha scontato ventisette anni in carcere e una trans ex-tossica – Marcello mette in scena la lenta, inesorabile scomparsa di un tempo: quello di una Genova moderna, sviluppata, industriale, metafora di un Novecento ormai lontanissimo. Come lo fa?

Tecnicamente, con inquadrature (spesso fisse) in 4:3, coloriture seppiate, prevalenze di ombre, qualche bianco e nero consunto. Con l’uso di musiche sacre, quasi a chiosare come un requiem, che ricordano moltissimo la scelta di Pasolini de “La Passione secondo Matteo” di Bach per il suo Accattone. Soprattutto, con un montaggio raffinatissimo che unisce le scene originali, già di per sè pittoricamente valide, con spezzoni d’innumerevoli filmati d’epoca su Genova.

Si vede, in questi spezzoni, un mondo lontano distanze siderali, che lentamente muore: ruspe e dighe che abbattono industrie, macerie, rovine, povertà. Genova sola poteva fare da ambientazione per una narrazione critica sul confine tra un tempo che scompare e un tempo che spinge per apparire ma i cui contorni sono ancora sfumati: perchè, come ogni porto, essa è confine tra la terra e il mare, ma è anche una città settentrionale di forte coloritura mediterranea (per la sua storia, per i flussi migratori che l’hanno caratterizzata e la caratterizzano ancora – non è un caso che il protagonista Enzo sia siciliano), e soprattutto è il simbolo di una modernità novecentesca che si abbatte su se stessa, sulla spinte delle ruspe della Storia*. Genova è la metafora spaziale di una cronologia incerta.

Marcello lo esprime chiaramente: “lo sguardo sul passato e sulla Grande Storia è rappresentato dai genovesi che silenziosamente sono riusciti a raccontarla attraverso l’oculare di una cinepresa”. Eppure, per capire il vero tema del film – altro che una storia d’amore – bastava fare caso alla frase con cui lui stesso chiude il film: “Questo è stato. Questo è stato, una volta, in una città“.

Ma c’è di più. Il punto di vista. Si sa, nel cinema il punto di vista è tutto.

Tutto il film – chiamarlo film sembra quasi limitativo, perchè non appartiene in realtà nè alla fiction nè al genere documentario, ma costituisce un ibrido su cui tornerò fra poco – guarda alla “Grande Storia” dal punto di vista di chi sta in basso, o meglio, di chi sta fuori da quella storia. A partire dai protagonisti, Enzo e Mary (ancora una volta una dialettica: lui, bell’uomo siculo dai tratti e dai modi antichi; lei, trans, e quindi rappresentazione corporea delle sfumature del contemporaneo), e i comprimari, fino ad arrivare a quegli immigrati che popolano le scene girate in Via del Campo, Via Prà e dintorni. I senzatetto che dormono sugli scogli di Quarto, o che si costruiscono baracche con materiali di risulta. Gli accoliti del Frisco’s Bar. Le stesse rovine industriali. Questi angoli della storia bassi, bui, sporchi, incrostati di fango e puzzolenti di pozzanghera, sono la bocca del lupo del titolo, che macina e stritola le carni degli uomini.

E non è tutto.

L’autorialità di Marcello è quella di un trentenne italiano, per di più napoletano.

Voglio dire che per la sua biografia, Marcello si trova nella condizione di chi in Italia – triste laboratorio di mutazioni antropologiche – si interroga sul proprio tempo, e sul proprio tempo in rapporto a quello dei padri. Nella posizione, cioè, di chi non è carne ma nemmeno pesce, e che per capire sè e il proprio mondo deve (ri)costruirsi narrazioni originali, scavare il passato non per distruggerlo ma per salvare quello che di buono vi è in esso, cercarsi da sè i materiali di un faticoso processo identitario collettivo. Che in fondo, anche se con modalità diverse, è un po’ quello che ha fatto anche Saviano. Wu Ming 1 diceva che noi dobbiamo essere i genitori di noi stessi e citava David Foster Wallace. Dobbiamo cioè, in quanto italiani intorno ai trent’anni, imparare a parlare da soli una lingua nuova, che convogli significati che siano condivisi da una comunità di orfani. Perchè, come Pietro Marcello trentenne napoletano, siamo anche noi orfani di un tempo.

Tant’è vero che la stessa struttura narrativa de La bocca del lupo risponde a questa esigenza; unisce materiali e generi di per sè distanti, non rispetta gli steccati che altri hanno piantato, pesca dove può (documentari, poesia, giornalismo, fiction) e come può perchè quello che conta non è solo la forma nè solo il contenuto: è la necessità di essere coerenti con la propria ricerca. Ecco perchè chiamarlo “film” è limitativo: La bocca del lupo è un altro tassello di una poetica della decadenza italiana.

* Si nota che sto rileggendo Hegel?

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Posted in: Critiche, Estetiche