T.acchi

Posted on 29 giugno 2010

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Il tacco ha avuto uno strano destino, un’evoluzione del tutto peculiare. Nato come un mezzo per figurare più alti di quanto Madre Natura avesse stabilito, la sua funzione di protesi si è persa nel tempo, tramutandosi prima in accessorio e infine in feticcio. In questa sua storia singolare esso trova la sola compagnia degli occhiali da vista.

Entrambi gli accessori nascono infatti come una integrazione delle caratteristiche fisiche – o meglio della mancanza delle stesse – che ciascuno ha avuto in dote dalla nascita. I tacchi, surrogato di ossa più lunghe; gli occhiali, compensazione di una vista troppo corta. Eppure i secondi, se escludiamo i collezionisti compulsivi à la Elton John, non hanno mai superato lo status di accessorio di tendenza, a prescindere dai difetti della vista. Il discorso è ben diverso per i tacchi, invece. Essi hanno ormai smesso di essere una protesi, e l’incremento d’altezza che ne deriva è considerato un mero effetto collaterale. Il tacco è, nel suo senso più tecnico, un feticcio.

Si passeggi per le grandi capitali europee, per esempio: lungo Regent’s Street a Londra, nelle viuzze del Marais a Parigi, tra le gallerie d’arte di Mitte a Berlino o lungo Las Ramblas di Barcellona. Un signore o una madama di una certa età direbbero, di fronte a quelle passerelle di tacchi 10 o 12 come minimo, che i costumi sono cambiati, e che le donne hanno perso la vergogna. In realtà non è così. Quella vergogna che una volta si nascondeva sotto gonne con l’orlo ben al di sotto del ginocchio o dentro camicette abbottonatissime, ora si nasconde, secondo un paradosso solo apparente, proprio in quei tacchi estremi, quei tacchi così sfacciati e che urlano di prestar loro attenzione.

Che essi modellino la camminata e quindi l’intera figura di un corpo femminile è una cosa talmente evidente che non vale la pena insistervi oltre; che le movenze nate dalla costrizione del piede esteso generino un linguaggio di seduzione è parimenti una cosa scontata. Tuttavia, bisogna fare molta attenzione ed evitare di stabilire l’equazione matematica di tacchi = seduzione. Se così fosse, si escluderebbero tutte le possibili estetiche che un corpo (quello femminile) e uno sguardo (quello maschile, ma non solo) sono in grado di generare quando entrano in relazione. Essi possono essere seduzione, ma non necessariamente.

I tacchi sono invece un feticcio nel suo senso più pregnante: sono un oggetto la cui presenza evoca in realtà un’assenza – freudianamente. Quello che i tacchi urlano non è solo e non è esclusivamente seduzione; essi parlano – come l’uomo che volle costruire la Torre di Babele perché desideroso di Dio – il linguaggio del potere, dell’affermazione, della soggezione, dell’aspirazione. Ogni paio di tacchi indossati da una donna testimoniano – quanto più alti e insostenibili per le caviglie – una mancanza e dunque una ricerca. In ultima analisi essi, con la loro presenza oggi sempre più evidente, ai limiti possibili della statica umana, rivelano in realtà un’intera dimensione di desiderio – de sidera, lontananza dalle stelle – e quindi carenza, assenza. Nei tacchi spinti delle donne contemporanee si strozza l’urlo di una vita amputata.

Questa dimensione di desiderio, però, non riguarda solo il gentil sesso, ma permea di sé l’intero universo maschile, che nel feticcio dei tacchi celebra tutte – proprio tutte – le sue più recondite pulsioni. Il mondo del cinema – che non a caso è quella forma d’arte che meglio di tutte struttura e dà forma ai nostri desideri – se n’è accorto già da tempo: chi non ricorda quei Tacchi a spillo dello spagnolo Almodovar dove con le fattezze aggraziate di Miguel Bosé si univano il femminile e il maschile in un unico vortice di aspirazioni e vergogne, affermazioni e mimesi?

Lo sdoganamento recente, in termini di comunicazione e diffusione culturale, delle pratiche BDSM – che del feticcio-tacco hanno fatto un’asse portante – testimonia di come anche nella sfera intima e privata del piacere l’articolazione dei desideri in termini di feticci – di nuovo: oggetti la cui presenza evoca in realtà un’assenza – sia forse sintomatica di un tempo in cui la più grande carenza sociale riguarda, per l’appunto, un lessico dei bisogni e dei desideri. La sfera simbolica evocata dai tacchi spinti di una donna per strada ci ricorda allora che al di là della seduzione, al di là delle estetiche possibili, è nella capacità di formulazione ed espressione dei nostri desideri che sta la chiave della felicità.

[L’immagine che segue è una foto scattata da David Lynch]

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