F.inestre

Posted on 10 giugno 2010

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Questo post costa 20 euro.

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Come quei grandi grattacieli di Honk Kong, o di qualche new city cinese. Altissimi, squadrati, alveari per una popolazione di uomini che con le api ha in comune solo il pungiglione. Le vedi le facciate, fatte di finestre tutte uguali, senza ritmo, a poca distanza l’una dall’altra eppure senza nessun punto di contatto. Così siamo, come quelle finestre, persi in un deserto cementificato di sentimenti.

Non si può parlare nemmeno più d’individualismo, il concetto è stato superato dalla realtà. Né di arcipelaghi, che almeno sono uniti dalle correnti. Finestre, siamo. Solo che ora abbiamo i doppi vetri, e siamo insonorizzati al mondo e agli altri.

Nel bussino elettrico, stamani, è salito un barbone. Puzzava, ma non troppo, di vino, e non era tanto in mal arnese: le mani pulite e ben fatte, segno che in una vita precedente l’uomo non aveva faticato; i vestiti decenti, la barba di un paio di giorni appena. Una busta sola, con il Tavernello, in una mano, e un fazzoletto di stoffa nell’altra, con cui si asciugava il sudore. Sta zitto per un po’, seduto accanto a me, fino a quando non realizza che alla sua destra la coppia di anziani signori sono americani. Gli rivolge la parola in un Inglese perfetto, con accento americano.

Di dove siete?

Veniamo da Boston – risponde l’uomo, con la buona educazione che gli americani riservano tipicamente agli stranieri che gli rivolgono la parola nella loro lingua.

Ah, bella città… mio cugino vive lì, è il boss della città…

L’americano, a questa frase, alza i primi muri: smette di rispondere e s’incupisce.

Andavo spesso a Boston, ero pilota. Compravo gli aerei usati in Kansas, li riparavo e li portavo in Venezuela, dove li vendevo.

Continua da solo, il barbone; l’americano ha smesso anche di ascoltare.

Avevo tre carte di credito, un’American Express Gold, senza limiti. Ora vivo in strada. E’ incredibile come la vita ti possa cambiare da un minuto all’altro.

Il suo Inglese è impeccabile, anche se ora percepisco un leggero accento ispanico.

Sono malato, ho cinquant’anni e me ne sento settanta…

Spero che guarisca – dice i l turista. Il senso di colpa, il motore della storia americana.

Non avrebbe per caso qualche euro?

– No.

L’americano si gira di traverso sul sediolino del bus, a dare le spalle all’ex-pilota. Dopo un po’, questi si gira verso di me e in Italiano con cadenza ispanica mi chiede l’ora. E niente più.

Prima di scendere gli do venti euro.

Non berteli tutti, mangia qualcosa – gli faccio in Spagnolo.

Dio bbuono, dio bbuono… grazie ragazzo, sei un buon ragazzo…

Vai a mangiare qualcosa, non ti dimenticare.

Sì sì, sono due giorni che non mangio – dice, lacrimando.

Lo guardo dal finestrino del bus mentre scendo. Il bus riparte, lui non mi guarda, sta cercando un posto dove nascondere i venti euro che gli ho dato. Piange. E’ mortificato e commosso allo stesso tempo, suppongo. La finestra del bus mi porta via questa storia, e mi lascia più forte che mai l’impressione che intorno a me le finestre sono quasi tutte chiuse, che il sole non scalda le vite di luce artificiale di chi credevo essere amico o almeno umano, che nell’alveare delle nostre piccole case siamo tutti api regine e che a fare il miele sono sempre i soliti quattro stronzi.

Sono ormai al di là della delusione. Al di là del giudizio. Io sono la sentenza passata in giudicato. Posso solo diventare condanna, per quanto speri che ciò non accada mai. Nelle finestre sigillate delle vite altrui si consuma come vapore la Vita.

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Posted in: Antropologie, eFFe