P.rovocare

Posted on 18 maggio 2010

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Je provoque à l’amour et à l’insurrection.

yes! I am an immense provocateur!

Leo Ferrè

Il significato è un sasso in bocca al significante.

Carmelo Bene / Jacques Lacan

Le parole spesso acquisiscono, a causa dell’uso che se ne fa, uno statuto autonomo, una sorta di nomea, la quale, in realtà, ha poco a che vedere con il loro significato originale. Questa deriva dei significati è in sè un fatto positivo, perchè testimonia della possibilità di non chiudersi negli angusti limiti della denotazione e di apririsi, anzi, ai difficili ma pacifici universi delle connotazioni condivise.

Tuttavia, la labilità intrinseca dei significati, così mutevoli e soggetti agli usi talvolta scriteriati che se ne fanno, può condurre a conseguenze, se non nefaste, per lo meno nocive. E’ il caso della parola “provocare” e delle sue derivazioni (provocatore, provocazione). In questi casi bisogna allora, tornare al Dizionario:

Di solito chi compie l’azione del provocare, ossia il provocatore, è considerato come un violento, un arrogante, una persona che si allontana dalle (supposte e sedicenti) regole del dibattito civile e non fa altro che insultare. Insomma: un provocatore!

Eppure, dizionario alla mano, chi provoca cosa fa? Suscita delle emozioni e dei sentimenti, produce degli effetti, spinge in una direzione il dialogo. Si assume, cioè, la responsabilità di essere causa, ovvero di essere autore (nel senso che si autorizza, ossia diventa autore di se stesso non dovendo, per ciò, chiedere permessi a chicchessia). In questo ruolo egli assume dunque una funzione positiva. In fondo basterebbe sostituire il verbo “provocare” ai suoi sinonimi più mansueti e si noterebbe immediatamente il suo valore positivo:

  • «Quel libro mi ha suscitato provocato grandi emozioni»
  • «La nascita di mia figlia ha suscitato provocato in me un’enorme gioia»
  • «Quella donna eccita provoca i miei sensi»
  • «Il sacrificio dei partigiani ha causato provocato la sconfitta degl’invasori»

Si guardi poi l’etimologia: “pro” e “vocare”, cioè “chiamare avanti, fuori”. A mio modesto parere, tuttavia, il suffisso iniziale “prō” va interpretato nei suoi significati di “a vantaggio di ” e “a causa di”. Quel suffisso, vale a dire, indica una causazione che ha una finalità tendenzialmente e relativamente positiva. Ciò è confermato anche dalla seconda radice del termine: “vŏco”, ossia “chiamo”; il verbo <vŏco, vŏcas, vocavi, vocatum, vŏcāre> deriva a sua volta da <vox>, cioè “voce” e questo, ancora, ha la seguente etimologia:

Si nota la relazione con il greco ἔπος (epos) che sta per “parola, discorso, narrazione”. La provocazione può dunque essere intesa come “la parola a favore di” o “il discorso che causa”.

A me pare che una parola che produca degli effetti positivi sia una buona parola. Una provoc-azione è dunque una buona azione. E non dico questo perchè voglio rigirare la frittata marcescente del senso comune, bensì per mostrare come le parole non hanno in sè un valore, una carica positiva o negativa: le parole non sono batterie. Ma possono diventare batterie di cannoni se messe nelle bocche sbagliate; come ogni strumento, è l’uso che se ne fa che vi attribuisce valore.

Se questo è vero, allora bisogna frenare i giudizi. Perchè anche la merda potrebbe esser d’artista…

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Posted in: Critiche