S.angue

Posted on 15 maggio 2010

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Nella cultura e nella lingua napoletana, ancora oggi, il sangue – o meglio il sangue inteso come metafora aperta – ha un’evidente importanza simbolica.

In generale, si possono identificare alcuni nuceli simbolici principali intorno ai quali ruotano tutte quelle espressioni che si riferiscono al sangue:

  1. Il sangue inteso come vita o come fonte di vita.
  2. Il sangue inteso come risorsa energetica, e per estensione, finanziaria.
  3. Il sangue inteso come coraggio e passione.
  4. Il sangue inteso come discendenza e/o appartenenza.

Il terzo e il quarto insieme di significati, sono immediatamente comprensibili e comuni a luoghi e tempi diversi: si pensi all’espressione “avere sangue freddo” o, per contro a “far ribollire il sangue”; o ancora, quando il termine si equipara a stirpe e/o famiglia. Mi concentro allora sui primi due gruppi.

Il primo nucleo è in realtà il più evidente e affonda le sue radici nell’alba dei tempi, trovando poi nel Cristianesimo la migliore e più definitiva sanzione (senza considerare tutto il sanguinolento apparato iconografico degli ultimi duemila anni):

Prendete, e bevetene tutti: questo è il calice del mio sangue per la nuova ed eterna alleanza, versato per voi e per tutti in remissione dei peccati.

Nell’ebraismo il sangue ha un ruolo più ambiguo: da una parte lo si considera come fonte di vita, dall’altra se ne ha repulsione e si vieta di venirne a contatto o di cibarsene. L’idea del sangue come linfa vitale (e, di conseguenza, come strumento di morte) è facilmente rintracciabile in molte culture e religioni del mondo.

Il secondo nucleo simbolico, per quanto simile al primo, se ne distanzia nella misura in cui priva il sangue di ogni dimensione di sacralità, e lo “degrada” a mera risorsa, per quanto importante. Ed è questo il senso più diffuso nella cultura partenopea: per esempio, “gettare il sangue”, a Napoli, significa esaurirsi, fisicamente e moralmente, in un lavoro estenuante. Per contro, al proprio nemico si augura di gettare il proprio sangue, ossia di soffrire fatica e stenti, o peggio, lo si minaccia di farlo “schiumare” di sangue. Nella cultura popolare, il dispendio di denaro è spesso equiparato a un’estrazione di sangue, e le singole gocce sono intese come unità monetarie: “Mi sono tolto 100 gocce di sangue” significa “ho speso 100 euro”.

Questa significazione che proviene dall’ambito del sacro ma che dal sacro si discosta appare lampante nella circostanza del supposto miracolo di San Gennaro, patrono della città: tre volte l’anno, ma soprattutto il 19 settembre, giorno della ricorrenza del santo, una teca contenente (si dice) il sangue solidificato del martire viene esposta alla folla orante, e a seconda della volontà di San Gennaro stesso, può o non può sciogliersi e liquefarsi. Nel Duomo di Napoli, sin dalle prime ore dell’alba, si riuniscono in preghiera folle di devoti, per lo più donne anziane; se la liquefazione avviene in tempi brevi, ciò viene considerato di buon auspicio, ma se non accade, non è strano sentire le signore bigotte incitare e poi insultare il santo “faccia gialla” perchè non si sbriga a compiere il miracolo. Questo lascia pensare che il valore simbolico del prodigio, in termini di beneficio alla città, si condensi – paradossalmente – proprio nel sangue. Ciò è confermato anche dall’iscrizione in cima alla cappella di San Gennaro, all’interno del Duomo:

Divo Ianuario e fame bello peste ac Vesaevi igne miri ope sanguinis erepta Neapolis civi patr. vindici (“A san Gennaro, al cittadino salvatore della patria, Napoli salvata dalla fame, dalla guerra, dalla peste e dal fuoco del Vesuvio, per virtù del suo sangue miracoloso, consacra”)

La città è salvata ope sanguinis, per opera del sangue, che assume così una funzione assolutamente strumentale, terrena, prosaica. In linea, direi, con la storia sanguinosa e allo stesso tempo meticcia della città di Napoli, che ha sempre sperato nell’intervento di santi ed eroi ma che nel frattempo non ha esitato a cercare soluzioni concrete – e laiche – alle proprie difficoltà.

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Tutto questo deve aver pensato – suppongo – Mariarca Terracciano, infermiera alle dipendenze della ASL 1 di Napoli (quindi non una precaria o una vittima dei caporalati), quando ha deciso di farsi estrarre quotidianamente 150 ml di sangue fino a quando non avesse ricevuto il suo legittimo e sudato stipendio. A 45 anni, e con due figli di 10 e 4 anni, Mariarca è deceduta dopo tre giorni di coma per delle complicazioni sorte a seguito della sua scelta. E’ probabile che non siano stati i prelievi a causarne la morte in maniera diretta, quanto piuttosto una situazione di stress e di indebolimento dovuto alle difficoltà che sorgono a chi può far conto solo sul proprio stipendio.

Resta il fatto che il valore simbolico di questo gesto è enorme.

E se esiste un paradiso, Mariarca sarà ora a fianco del vescovo Gennaro a guardar giù, ai mali di Napoli – che sono i mali dell’Italia – e a disperarsi, con la sua faccia bianca di dissanguata, per quei figli che cresceranno in un paese in cui anche lo stipendio di un lavoratore statale non è più una cosa normale, ma l’obbiettivo di una lotta.

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Posted in: Critiche