A.rchitetto

Posted on 7 maggio 2010

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Entrò in studio di corsa, sbattendo la porta. Si fermò nel grande salone ingombro di scrivanie e computer e con uno sguardo inquisitore cominciò a voltarsi progressivamente da sinistra a destra, scandendo ogni possibilità.

– Buongiorno! – fecero in coro i sottoposti.

Non rispose. Si diresse rapida al suo posto. Quel giorno il dondolio delle sue gambe sui tacchi alti non era morbido e cadenzato come al solito, ma rapido e sincopato, muscolare assai. Intorno calò subito un macigno di silenzio, i sottoposti capirono subito che c’era qualcosa che non andava.

L’architetto Sandra Sensi, di poche ma dirette parole, due premi nazionali vinti e sette proposte di matrimonio rifiutate, si sedette al suo tavolo, il più grande, in fondo al salone e appoggiò la cartella di pelle sulle gambe con un gesto di stizza. Poi alzò la testa e fissò un punto davanti a sé. I sottoposti, temendo che il capo li stesse controllando, si affrettarono a far finta di lavorare, chinando il capo sui propri disegni. Solo Emilio Pasta, neo-assunto geometra con vocazione poetica, non cessò un secondo di guardarla, un po’ incuriosito e un po’ preoccupato.

Lei aveva cominciato a svuotare le sue due borse sulla scrivania e stava scavando in quella confusione di chiavi, portadocumenti, cartelline, assorbenti, matite, rimmel, blister di pillole e banconote accartocciate. Non contenta, aveva tirato fuori i cassetti dalla cassettiera e ne aveva versato il contenuto sul tavolo, insieme al resto. E più armeggiava in quella matassa di oggetti più il suo respiro si faceva affannoso, i suoi sibili rumorosi, le sue parole sconnesse. I sottoposti guardavano da sotto i loro spessi occhiali, o nascosti dietro al bavero delle proprie camicie, quella scena, così inusuale per un monumento di precisione e rigore come il loro capo. Emilio, invece, si era proprio messo a fissarla.

Sandra passò alla scaffalatura dell’archivio. Uno a uno, ne tirava fuori i raccoglitori e dopo aver rapidamente indagato di ciascuno cosa contenesse, li lasciava cadere sul pavimento. A questo punto un senso di totale smarrimento aveva pervaso tutti i dipendenti dello studio, che non sapevano se lasciarla fare o se e come intervenire. Lei li ignorava, girava tra scrivanie e scaffali come se lì non ci fosse nessuno. Nel giro di 28 minuti aveva messo completamente a soqquadro l’intero studio, mandando in fumo mesi interi di lavoro e sistemazione. Dei sottoposti, ovviamente.

Poi si fermò, in piedi in mezzo al salone. Si guardò per un momento la punta delle scarpe, le mani appoggiate ai fianchi. E con tutto il fiato che aveva in gola gridò – DOV’ÈÈÈÈ!!!!!!!!!!

Al tuono seguì il silenzio di tutti. Non fiatava un cellula. A prestare ascolto attentamente si sarebbe sentito solo il movimento di un sopracciglio di Emilio che si estendeva in una smorfia di curiosità.

Sandra crollò sulle sue ginocchia e si sedette in terra, inondando di lacrime la sua camicetta di seta bianca. Tra un singhiozzo e l’altro l’unica cosa che riusciva a dire era: – Dov’èèèè? Dov’èèè??? Dove è? Dov’èèèèèèè……..

Nessuno si mosse. I sottoposti si guardarono l’un l’altro come per assicurarsi che nessuno si sarebbe preso la responsabilità d’infastidire ulteriormente il capo con delle domande banali del tipo “Architetto, posso fare qualcosa per lei?”. Quando Emilio si mosse a passi svelti verso quella donna che piangeva su un pavimento, gli altri lo guardarono come si guarda un domatore che mette la sua testa nella bocca di un leone affamato e si chiesero se il licenziamento sarebbe arrivato per lettera o per schiaffone.

Emilio si mise di fronte all’architetto e si accovacciò verso di lei, la prese per le spalle e senza alcuna esitazione le chiese: “Dov’è… cosa?”. Sandra lo guardò come si guarda un domatore che mette la propria testa nella bocca di un leone affamato e, senza pensarci due volte, rispose: – Dov’è il mio amore!!!

Emilio la fissò diritto in faccia e sorrise. Sandra non se ne accorse, di quel sorriso.

– Il mio amore! L’ho perso! Non lo trovo più! Dov’è? Dov’è? Ditemelo per favore!

– Sandra!

Nessuno le dava del tu, in studio. Men che mai un neo-assunto. Sgranò gli occhi, incredula di quello che le stava accadendo, incuriosita da quel geometra che riempiva il proprio tavolo di post-it con versi sdolcinati, disperata perché non trovava più il suo amore, e non seppe altro che tacere.

– Sandra, ma il tuo amore è qui! Proprio qui!

L’intero gruppo dei sottoposti inarcò all’unisono le proprie colonne vertebrali nel tenativo di avvicinarsi il più possibile al fulcro della scena e vedere quello che a Emilio appariva così evidente. Un paio di loro inforcarono veloci i propri occhiali da lettura.

– … qui? Qui dove? – fece lei, balbettando sotto voce.

– Qui! Davanti ai tuoi occhi!

Sandra era ormai inebetita, non capiva e non aveva neanche la forza di reagire e chiedere ulteriori delucidazioni.

– ma… maaa….

– Eccolo!

E così dicendo Emilio allungò l’indice e il pollice della mano sinistra verso la punta del naso francese di Sandra, come a voler prendere una farfalla con estrema delicatezza. Quando staccò la sua mano dal volto di Sandra, tra le sue dita brillava una pallina di luce, piccola ma intensa, come la fiamma di un fiammifero al buio. Emilio l’avvicinò ai suoi occhi, la guardò per bene, da tutti i lati e disse:

– Eccolo, vedi? Eccolo il tuo amore! Certo, è un po’ sciupato, si vede che lo hai trascurato un po’ di recente ma… ma brilla ancora, e di una luce viva e colorata!

Emilio prese la mano sinistra di Sandra, l’aprì e vi poggiò dentro il suo amore.

– Ma ora, però… coltivalo il tuo amore! O esso si spegnerà per sempre…

Sandra piangeva ancora, ma non più di disperazione. Strinse il suo pugno, se lo avvicinò al cuore e quando lo riaprì la luce era già forte come il sole d’estate. Poi guardò in volto quel giovane poeta e vide negli occhi di lui la stessa luce. E capì.

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Posted in: Disamori