M.onetizzare

Posted on 4 maggio 2010

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Time you enjoyed wasting, was not wasted

John Lennon

Ci sarebbero molti modi per produrre un’argomentazione serrata a favore dell’ozio, inteso latinamente come otium, ossia come predilizione e abbraccio di una vita speculativa. Il tema non è nuovo ed è stato ampiamente sviscerato; basta guardare alla bibliografia citata nella pagina “ozio” di Wikipedia per farsene un’idea:

  • Robert Louis Stevenson (), Elogio dell’ozio, stampaalternativa
  • Bertrand Russell (1963), Elogio dell’ozio, Longanesi & C.
  • Paul Lafargue (2009), Il diritto alla pigrizia (e qualche preghiera capitalista), Piano B.
  • Gianni Fantoni (1995), Breve, ma utile, guida alla Pigrizia, Zelig Editore
  • Domenico Demasi (2002), Ozio Creativo, Rizzoli
  • Cesare Catà, Significato e importanza del concetto romano di otium. Uno spazio per lo spazio dell’anima quando l’universo infinito non si muove, in S. Polci (a cura di), Roma e i benefici dell’ozio, Roma (2005), pp. 7-43.
  • Jean Soldini (2005), Il riposo dell’amato. Una metafisica per l’uomo nell’epoca del mercato come fine unico, Milano, Jaca Book.
  • Tom Hodgkinson (2005), L’ozio come stile di vita, Rizzoli

Io che sono una persona pigra, sono stato spesso accusato – con diversi gradi d’intensità – di essere un nullafacente, un ozioso, uno che getta al vento i suoi talenti e le sue capacità et similia. Probabilmente, fino a quando non sono diventato adulto, in questi strali era depositato un fondo di verità; ma nel momento in cui si è trattato di fare delle scelte che avrebbero condizionato fortemente gli anni a venire – in questa capacità e in questa assunzione di responsabilità io ravvedo l’ingresso all’età adulta – ho preferito impostare un percorso al di fuori delle logiche comuni: quindi niente ricerca forsennata del posto fisso o del posto ben retribuito, niente aspirazioni alla carriera, nessun tipo di stabilità, nè finanziaria nè emotiva. Alla base di quest’impostazione sta anche, e in buona misura, l’enorme valore che io attribuisco al tempo e all’essere.

Per spiegarmi meglio faccio un esempio immaginario.

Supponiamo che io abbia un caro amico che lavori in Borsa, nel ramo dell’alta finanza, e che guadagni moltissimi soldi, a fronte, però, di una vita frenetica e qualitativamente mediocre, quasi esclusivamente organizzata intorno alle esigenze lavorative. Lui, che prende un abbondante salario più tutta una serie di lauti benefits, mi dice che se dovesserlo pagarlo all’ora secondo i correnti prezzi di mercato, la tariffa ammonterebbe a 1.500 € per 60 minuti.

Dopodichè questo amico, che mi conosce da tanti anni e mi vuole bene, si prende la briga di farmi una bonaria ramanzina:

Ma come? Uno intelligente come te, che parla le lingue, con un bel curriculum – e sei finito a fare lo sguattero nella cucina di un ristorante? Ma perchè non ti cerchi un lavoro serio, che ne so, in una banca o in una agenzia di consulenza?

Al che io rispondo:

Senti, ma tu quanto guadagni all’ora?

– E questo che c’entra?

– C’entra c’entra… dimmi: quanto prendi all’ora, mediamente?

– Diciamo 1.500 euro.

– E quante ore lavori al giorno?

– Dalle otto di mattina alle nove di sera, a volte anche fino alle dieci o alle unidici, dipende…

– Ma hai una pausa pranzo, immagino?

– Si, 45 minuti, ma di solito mi prendo un panino al bar perchè non mi piace strafogarmi di fretta.

– Ecco. E quanto saresti disposto a spendere per lavorare di meno?

– Come???

A questo punto il mio caro amico mi guarda stralunato, un po’ perchè non capisce dove voglio andare a parare, e un po’ perchè sospetta, conoscendomi da tanti anni, che io stia andando a parare da qualche parte ove lui non si sentirà più a suo agio.

Per esempio, per un’ora di lavoro in meno al giorno, saresti disposto ad acconsentire ad una decurtazione di 1.500 euro dal tuo stipendio?

– Vabbè che c’entra, io mica vengo veramente pagato all’ora! Sarei miliardiario a quest’ora! I 1.500 euro all’ora sono solo il prezzo di mercato, ma poi intervengono un sacco di altri fattori nella determinazione del salario e…

– Appunto, il prezzo di mercato. E tu che di mercati ne capisci, dimmi un po’, un’ora di libertà quanto la paghi?

– …

– Mi spiego? Se dovessimo monetarizzare la libertà, la possibilità di disporre del nostro tempo e d’impiegarlo per il nostro benessere, o anche no, ma insomma, di farne ciò che ne vogliamo, quanto saremmo disposti a pagarlo? Decidi tu quanto costa un’ora di libertà, moltiplica il prezzo per le ore che io NON lavoro e ti accorgerai che tra me e te, guadagno di più io. O meglio, il mio mancato guadagno equivale al prezzo che io pago per essere libero, ed è un prezzo molto alto…

Di fronte a questo ragionamento, il mio amico, che mi vuole bene ma che non è esattamente una persona portata alla riflessione, ride sonoro, mi assesta una pacca sulla spalle e, visto che è un uomo assai generoso, mi fa:

Vabbè ho capito, offro io da bere, andiamo…

E finiamo al bar.

Ora, risolta la questione dell’importanza del tempo*, bisogna ancora affrontare quella dell’essere.

Il punto è semplice: oggi, presso quella minoritaria parte di mondo genericamente nota come “occidentale”, l’essere è identificato col fare. Quando conosciamo una persona la prima cosa che ci interessa sapere è cosa lui o lei faccia per vivere: in altre parole, la qualifica professionale si sovrappone e influenza, alterandola, la valutazione della persona umana. Non si dice: “è una brava persona” o “è un tipo originale” o ancora “è uno di cui è meglio non fidarsi”, ma si dice, d’acchitto, “è un ingegnere”, “è un consulente”, “è un operaio” e così via.

Il fare poi, prende il sopravvento sull’essere perchè tiene occupati la mente e il corpo. Come si fa a osservare se stessi, il mondo e il suo sistema di relazioni, se si è occupati a fare dell’altro? Non parlo di una perenne autoanalisi, sia chiaro: l’uomo che non fa esperienza del mondo è privo della stessa materia del suo pensare, e per questo è un uomo senza contenuti. Ma al contrario, l’uomo che si dedica completamente a un’attività – foss’anche un’attività che richieda una forte componente di pensiero -, s’immerge tanto in essa che, come il subacqueo in fondo al mare, la sua vita n’è interamente circondata. E del subacqueo egli assume tutti i rischi, in primo luogo quello di venirsi a trovare, a un certo punto, in assenza di ossigeno, sperduto in una vastità priva di direzione.

Chi invece attribuisce al lavoro un mero ruolo funzionale (procacciare lo stretto necessario a una vita dignitosa), sottrae ad esso una grossa fetta di tempo, che può essere impiegato in maniera più costruttiva per sè e per il suo entourage; come? In mille modi diversi, ma tutti caratterizzati da un solo tratto comune: l’assenza di lucro. In fondo l’otium non equivale all’inedia – come erroneamente si crede – ma alla predilizione di una vita speculativa, che rifletta su di sè e sul mondo, attraverso tutti quegli strumenti che consentano al pensiero di farsi più fine ed acuto.

Insomma, in soldoni, l’unica vera liberazione è quella dal lavoro!

* Avevo già scritto, parlando di aeroporti:

Che il tempo sia una risorsa quantificabile e commerciabile, l’economia lo sa benissimo, e così un certo sapere diffuso (ma non popolare), che lo riassume nell’equivalenza “il tempo è denaro”. Risulta paradossale allora, come si possa indurre qualcuno, richiedergli, persino spingerlo a desiderare di pagare per il proprio tempo. Pagare, cioè, per una risorsa propria, che ci appartiene. Come se, per lavorare, non solo bisognasse ma addirittura si volesse pagare e non, al contrario, essere pagati. In questo rovesciamento dei termini sta la genialità perversa del capitalismo contemporaneo.

Tale cultura parte da un assunto negativo: l’assioma che non occupare il tempo sia, nel migliore dei casi, un peccato, e nel peggiore, un crimine. Il nostro tempo – soprattutto quello libero da mansioni obbligatorie – deve diventare il luogo dell’occupazione organizzata, lo spazio vuoto che viene riempito dallo shopping, dai massaggi shiatsu, dalla navigazione in rete, e persino da un gesto così poco salutista come fumare una sigaretta. E tutto ciò, non sorprende, è a pagamento. Il nostro tempo viene consumato dall’occupazione, concreta e simbolica, da parte di agenti principalmente commerciali. Ma bisogna capire che nel momento in cui qualcuno ci crea ed allo stesso tempo organizza il nostro tempo libero, egli ce ne sta in realtà privando.

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