L.ingua

Posted on 2 maggio 2010

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Se le lingue straniere sono territori ignoti in cui, per scelta o per necessità, ci perdiamo, ne consegue allora che la nostra lingua madre corrisponde, pressappoco, al concetto di “casa”.

L’Inglese distingue chiaramente tra “house”, che denota l’edificio ove fisicamente risiediamo, e “home”, che ha una connotazione più ampia, la quale include anche una sfera sentimentale, affettiva, psicologica – e, mi permetto di aggiungere, linguistica. “Home” è il luogo dove ami e sei amato, dove ascolti e capisci, dove parli e sei capito. Il termine “casa” non possiede questa ricchezza semantica in Italiano, ma può servire a rendere l’idea.

In casa propria, per esempio, ci si può muovere al buio. Con un po’ di attenzione, neanche troppa, si possono eseguire molte azioni ad occhi chiusi: andare al bagno, versarsi un bicchier d’acqua, afferrare il telefono e così via. Ci si muove cioè in un territorio limitato e conosciuto.

La stessa cosa accade quando si parla la propria lingua madre. Spesso, quando uno straniero ci dice “ma perchè dite così e non così?” riferendosi a un sintagma verbale o preposizionale, noi ci troviamo nell’impossibilità di rispondere. Come si fa a spiegare il significato di “mica” o “magari” o “addirittura”? O l’uso del verbo “venire” nella forma passiva? Ciò accade perchè noi, all’interno di quel territorio che è la nostra lingua madre, ci muoviamo in maniera automatica, inconsapevole, mnemonica. Vale a dire, non c’interroghiamo più sui suoi meccanismi e sulle sue logiche, ma le diamo per assodate.

Ora, una casa come luogo di appartenenza è uno spazio composto da qualcosa in più delle strutture sintattiche e lessicali. Sulle mensole ci sono i soprammobili, i souvenir delle vacanze, le foto della prima comunione e del matrimonio della sorella maggiore. Sulle pareti fanno mostra di sè stampe e quadri di vario genere. Nei cassetti e negli stipetti giacciono i servizi buoni di piatti, bicchieri e posate. Tutte queste parafernalia rappresentano (ri-presentano) un universo di memorie e di affetti che contribuiscono in buon grado a formare l’identità di chi abita quella casa.

Ma se, per ipotesi, uno si trovasse privo – di nuovo, per necessità o per scelta – di mobili e suppellettili? Se si trovasse a vivere, cioè, dentro una casa spoglia, non arredata, fatta solo di mura e tetto e pavimenti? Cosa resterebbe, alla radice, dell’identità dell’individuo? Evidentemente, solo la lingua come struttura portante e basica.

Se io uccido le mie memorie, annullo e rifiuto ogni tipo di appartenenza, mi privo di qualsiasi bene materiale et omnia mea mecum porto, cosa sono io allora? Io sono la mia lingua madre.

Un populu

mittitilu a catina

spughiatilu

attuppatici a vucca

è ancora libiru.

Livatici u travagghiu

u passaportu

a tavula unnu mancia

u lettu unnu dormi,

è ancora riccu.

Un populu

diventa poviru e servu

quannu ci arrubbanu a lingua

addutata di patri:

è persu pi sempri.

Diventa poviru e servu

quannu i paroli non figghianu paroli

e si mancianu tra d’iddi

Ignazio Buttitta

Solo così io posso dirmi Italiano. La sedicente appartenenza a un paese-metafora l’ammetto e la spiego unicamente nella misura in cui si concepisce l’identità nazionale come corrispondente, come aderente alla storia della sua letteratura. Essere italiano equivale ad essere un letterato.

Ne consegue che allora quest’identità collettiva si riferisce a un gruppo assai più ristretto che i circa 60 milioni di cittadini italiani. Ma non un’élite. Tale termine reca in sè, oggi, una connotazione deteriore, quasi insultante; no: in questo caso la dimensione ristretta di una comunità di riferimento comporta delle conseguenze prevalentemente negative, la prima delle quali è un senso di enorme solitudine. La compagnia trovandosi – sì bella e cara, ma mai quanto un abbraccio – solo tra le pagine di libri. Penso a Pasolini.

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Posted in: Antropologie