P.olpo

Posted on 24 aprile 2010

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Ieri, che era venerdì, non sono potuto andare al mercato sotto casa e quindi non ho comprato il pesce, come faccio regolarmente di venerdì. Allora ho deciso di allargare la mia familiarità col quartiere e sono andato al mercato del sabato, che ha luogo a due fermate di metro da qui.

Mi avevano detto che i venditori erano pressocchè gli stessi, ma non è vero, non ho trovato nessuna delle facce conosciute del venerdì, per cui mi sono dovuto fidare del mio fiuto per gli affari. Scovo un banco del pesce di buona apparenza, prezzi onesti e scelta abbondante. Compro, dopo aver superato la crisi epistemologica della settimana scorsa, due litri di cozze (ci mangiano abbondante tre persone e volendo pure quattro), mezzo chilo di vongole e due polpi. O polipi, che dir si voglia.

Torno a casa e, infilato nella porta del terzo piano, vedo l’avviso di interruzione della fornitura del gas. La casa del signore che ho provato a soccorrere qualche tempo fa. La morte arriva così, scritta su un bollettino a tre facciate.

Una morte di quelle di queste parti,

dozzinale, un po’ stronza,

poco professionale, noiosa.

Non una morte torera, una morte guerrillera, una morte formula uno.

Ma una morte fila di pensionati, una morte tristezza di manicomio, una morte case popolari.

Una morte di quartiere e di programmi di televisione,

una morte mediocre, anonima, codarda.

Metto a bagno le vongole e mi dedico ai polpi.

Mi accorgo che non sono stati puliti – cosa che avevo dato per scontato – e che mi tocca farlo.

Non so se avete mai pulito un polpo. E’ un operazione di altissimo valore simbolico.

Si comincia con la testa, la grossa testa del polpo. Esso è un animale in realtà intelligentissimo, capace di grandi gesti: bisogna dunque avere un certo rispetto per la macabra operzione che si sta per svolgere. La testa si ribalta, proprio come se fosse un calzino, e si asportano il cervello e le altre interiora, strappandole con le dita o aiutandosi con delle forbici. Si individuano poi gli occhi, e facendo una leggera pressione alla loro base, per farli uscire fuori dalle orbite, si recidono con una lama. Infine, si capovolge la bestiola e al centro dei tentacoli si asporta – facendolo schizzar fuori con una ulteriore pressione ai lati – il becco. A questo punto il polpo è nuda carne.

Ma non è pulito.

Se l’asportazione degli organi e delle parti non commestibili ha un chè di chirurgico, la pulitura delle carni, di ogni tentacolo e di ogni singola ventosa è un’operazione quasi da imbalsamatore. Un’operazione che richiede pazienza, accortezza, attenzione, spirito.

Come quando bisogna spogliare e rivestire una persona cara appena deceduta, per regalarle quell’ultimo rituale di decenza – l’offerta di sè in visione ai visitatori. La lentezza dei movimenti con cui si agisce sul corpo di chi fino a poco prima abbiamo amato, lo si gira, lo si veste, lo si abbraccia per issarlo su due cuscini, lo si pettina.

A questo pensavo mentre toglievo le alghe residue dalle ventose del polpo. Una ad una.

Le lacrime scendendo lentamente.

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Posted in: Banalità, Disamori