L.acan

Posted on 13 aprile 2010

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Il n’y a pas de rapport sexuel

Jacques Lacan

Arrivo presto davanti allo studio medico, e mentre cerco di capire come si fa ad entrare, una signora trafelata mi supera e con disinvoltura apre il portone del palazzo. Di quelle donne che non sono più giovani ma non sono ancora vecchie, in quel brevissimo istante della loro vita, intorno ai quarant’anni, in cui la bellezza è al suo apice, e dopo può cominciare solo il declino. Fisso lo sguardo sulle sue scarpette da corsa nere, mal accoppiate con una mise di per sè formale: gonna sopra il ginocchio, giacchetta in spezzato, camicetta. Lei se ne accorge. Io la guardo in volto per un momento, e vedo un’espressione complice.

Quando entro nella reception dello studio, la donna si sta cambiando le scarpe in una stanza alle mie spalle, la vedo grazie a uno specchio adeguatamente posizionato. Questa scena un po’ mi turba: perchè chi guarda in modo diretto non è per forza un voyeur codardo, ma potrebbe persino passare per un tombeur de femmes; ma chi tra sè e il desiderio mette uno specchio, pur credendosi da questo riparato, svela di sè la sua vergogna. Prendo un appuntamento per il primo pomeriggio con il dermatologo.

Nulla di grave, una piccola micosi che spunta ogni primavera, ai primi sudori. Il problema è, però, che mi spunta in mezzo alle gambe. Sì, lì. Tutta l’area, proprio tutta. Ed ogni anno, per sicurezza, vado da un medico diverso: in tal modo non solo ottengo opinioni differenti di cui poi faccio la media ponderata, ma seguendo le loro prescrizioni, evito che si arricchisca una sola casa farmaceutica.

Alle due e mezza del pomeriggio mi ripresento allo studio, dove mi fanno accomodare in sala d’attesa. Dopo quindici minuti spunta la donna delle scarpette nere, ed è un imbarazzo reciproco istantaneo. Mi fa entrare in una stanza ampia e dotata di tutta la strumentazione necessaria per un accurato controllo medico. La nostra conversazione è in un francese tremulo: il mio, per incompetenza; il suo, suppongo, per timidezza. Ai piedi porta due scarpe col tacco basso, a punta, di un brutto colore pastello. Giochiamo subito a carte scoperte.

Mi scuso per il mio francese, sono italiano.

– Ah, anche mio marito è italiano.

Mi ha detto subito che è sposata. Non l’avevo chiesto e non lo volevo sapere.

Credo di avere una micosi… insomma, un fungo, in mezzo alle gambe, anche sul pene.

– Sulla verga, vuole dire? [Sur la verge vous diez?]

Sono questi i momenti in cui apprezzo la vicinanza delle lingue neolatine.

Dopo avermi fatto le domande di rito, mi dice di alzarmi e di spogliarmi completamente nudo. Non capisco. Penso di aver frainteso. Mi sbottono i pantaloni e me li abbasso lentamente. Lei mi guarda i piedi e dice: “No, si tolga tutto”.

Per un attimo la mia vanità va a teatro e si spiega quella strana richiesta con una particolare debolezza della dottoressa nei confronti degli Italiani. Immediatmente butto un occhio misuratore al lettino e un sorriso ambiguo mi si stampa sulla faccia. Ma dura poco. Mi stendo, nudo come un imbarazzo.

La dottoressa comincia a indagare i miei nei, dai piedi in su. La mia vanità torna dal suo teatro delusa. Quando arriva al centro del mio corpo l’esame si fa approfondito. Io, non sapendo come si dice “inguine” in francese, glielo indico.

Le pli.

Certo! La piega! Deleuze! Sarei dovuto arrivarci da solo.

La visita finisce presto. Mentre mi rivesto, con calma e sangue freddo, come se mi gustassi il dopocena di un digiuno, guardo di nuovo quei piedi nervosi e quel viso che abbaglia perchè prossimo alla rovina. La dottoressa mi dà una terapia – innovativa rispetto ai dermatologi italiani: il bello di emigrare… – e mentre scrive le sue ricette me la spiega. Alla fine mi chiede se ho capito tutto e se ho delle domande.

Ci penso. Un tempo lunghissimo, che i miei occhi ingannano fissandosi su di lei. Lei tace, aspetta. Io cerco le parole in francese. Come si dirà, in modo appropriato, “fare l’amore”?

E’ un attimo: muovo la testa di pochi centimetri alla mia sinistra e lì, dietro la spalla destra della donna, vedo distintamente Jacques Lacan che con volto severo e voce stentorea mi ricorda: “Il n’y a pas de rapport sexuel!”. Sì Maestro, grazie!

Io, in francese: “Est-ce que je peux avoir des rapports sexuels?“.

L’ho detto piano, pronunciando bene ogni singola parola. Gli occhi di lei per un secondo si dilatano, forse anche lei ha una vanità, se non una voglia. Poi sorride, ha capito.

Il n’y a pas de rapport sexuel” – dice lei, e nel modo in cui lo dice si vedono pure le virgolette.

Io rido. Ma taccio. C’è una tempesta dentro di me: vengo da una dermatologa con cui non mi dispiacerebbe andare a cena e mi ritrovo con una che, dopo avermi palpato le pudenda, mi cita Lacan. Potrei uccidere per una donna così. Rido. E così facendo le lascio – almeno fino a sera, almeno fino a quando tornerà dal marito che cucina dell’ottima pasta – il sospetto che io abbia colto la sua citazione. Pago ed esco compìto, tuffandomi nel tiepido sole di una Parigi di sorprese infinite.

[In piedi, da sinistra: Jacques Lacan, Cecile Eluard, Pierre Reverdy, Louis Leiris, Pablo Picasso, Fanie de Campan, Valentine Hugo, Simone de Beauvoir, Gilberte Brassai.

In basso: Jean-Paul Sartre, Albert Camus, Michel Leiris, Jean Abier]

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Posted in: Disamori, eFFe