E.popea

Posted on 31 marzo 2010

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Essere figli di un tempo vuol dire anche essere figli delle sue narrazioni. E quindi dei suoi linguaggi, dei suoi generi, dei suoi ritmi. Ma non sempre è così. E’ possibile, talvolta, camminare nel solco di narrazioni che sono lontane nel tempo o nello spazio, e da esse ricavare direzione e movimento. Quando questo accade – quando, cioè, non si è vincolati ad appartenenze di senso storiche e geografiche – si fa epopea. Letteralmente, si fa narrazione (epos + poieo). La vita diventa così narrazione di se stessa, accumulo di storie che traggono retrospettivamente il loro senso solo quando raccontate: si vive per narrare.

Il termine “epopea” ha uno sviluppo interessante: se ci si fermasse al suo significato letterale esso sarebbe in grado d’abbracciare in un unico gesto una miriade di modalità narrative, facendo tabula rasa delle differenze stilistiche e formali, ma anche di quelle relative al mezzo espressivo. Una canzone, allora, sarebbe epopea così come un romanzo di mille pagine. Nel suo significato comune, invece, la parola “epopea” ha passato a denotare a una storia grandiosa e nobilissima, in cui eroi (e antieroi) si contendono il proscenio a forza di gesta dall’alto valore simbolico. In questo senso, le differenze stilistiche diventano fondamentali, perchè la grandiosità delle gesta equivale alla grandiosità della forma in cui esse sono narrate. Ve lo immaginate Achille che, accecato dal furore per la morte dell’amato Patroclo, fuori le mura di Troia uccide Ettore con un banalissimo colpo di pistola, il tutto sotto gli occhi vitrei di una telecamera fissa che registra la scena in maniera gelida???

Di epopee ne esistono infinite, quante sono le storie che si possono raccontare, ed ogni epopea ha il suo luogo e il suo spazio. Ma ciascuna, tuttavia, ha questo in comune con le altre: che è uno sguardo rivolto al passato, anche quando, come nella fantascienza, essa narra del futuro. E ancora, che attraverso una storia, un indizio, una trama che abitano sempre un hic et nunc, essa aspira alla rivelazione del mistero della vita, e così volendo, si fa universale.

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E’ morto oggi, all’età di 87 anni, Nicola Arigliano, celebre voce dello swing prestato alle canzonette dell’Italietta anni ’60. Membro di una ristretta élite di crooner – o “cantanti confidenziali” come si diceva da noi – che annovera tra le sue fila gente del calibro di Fred Buscaglione, Bruno Martino e Paolo Conte, Arigliano è figlio di quel sud del sud della terra che è il Salento. Forse a questo si deve quella nasalità calda e avvolgente della sua voce e del suo timbro.

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E a proposito di crooners, ho visto per la seconda volta Paolo Conte in concerto, di recente. Noto una sola cosa: nel corso di due ore di musica perfetta e suggestioni sonore, l’uomo Paolo Conte non ha proferito una sola, singola parola, neanche un grazie stretto tra i denti agli applausi scroscianti di una platea di per sè fredda. L’Uomo Paolo Conte, cioè, ha lasciato il posto al Mito Paolo Conte: se avesse parlato, egli si sarebbe confuso con gli altri uomini presenti a teatro, con cui condivide la facoltà della parola; ma tacendo, egli ha fatto sì che ciascuno degli spettatori si formasse sulla retina un’immagine diversa di quel signore affascinante che da una quarantina d’anni e più fa canzonette che in tre minuti e mezzo srotolano i segreti della vita come un venditore di tappeti. Lasciando spazio all’immaginazione di ciascuno, senza nessuna guida che non siano le note e i testi entrati nel canone, il Mito, con una scusa un po’ retrò, parla a tutti senza dire una parola.

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Mi devo scusare: tutto quello che ho scritto sinora in questo post è il tentativo d’inquadrare, per approssimazioni successive, come in un mirino di fucile un po’ tremolante, quell’esperienza vibrante che è stata la lettura di Hanno tutti ragione, prima fatica letteraria del giovane regista napoletano Paolo Sorrentino.

Talmente vibrante che oscillo tra il desiderio di scriverne approfonditamente e la pigrizia di un godimento che è e può essere solo individuale. Me lo sono goduto questo libro, come non godevo da tempo, e per moltissimi motivi, che potrebbero sintetizzarsi rapidamente affermando che Sorrentino è un eccellente narratore perchè costruisce un’epopea come non se ne vedevano da un pezzo.

Il libro è pressocchè perfetto sotto tutti i punti di vista:

  • Sorrentino porta alla sua vetta quell’operazione di sdoganamento di un certo dialetto napoletano come lingua letteraria che prima di lui avevano cominciato altri autori, Antonio Pascale ed Erri De Luca in primis;
  • la ritmica della narrazione non manca un colpo, non trova nè fasi di stanca nè eccessi di velocità: il libro si sorbisce come un pranzo ben equilibrato, senza che per questo non si gusti appieno le punte di sapore di certe pagine;
  • i personaggi, dal protagonista Tony Pagoda all’immortale Alberto Ratto (“il custode dei segreti d’Italia”), rappresentano l’umanità ai suoi estremi più vivi e doloranti, ferite aperte e purulente nella mediocrità di molti personaggi della narrativa italiana contemporanea; essi proferiscono pensieri semplici e profondissimi a un tempo, taglienti come lame di rasoio, mirati come cecchini. E non sbagliano mai;
  • l’uso abbondante di similitudini e metafore e l’aggettivazione ricercata, raffinata e precisa, produce un effetto di evocazione d’immagini costante: la fantasia del lettore è stimolata a ogni riga.

Chi volesse poi fare un lavoro critico-filologico sul testo avrebbe facile gioco nel ravvisare tutti i punti di contatto – a partire dallo stesso protagonista – con la filmografia breve ma gigantesca di Sorrentino, dal primissimo L’uomo in più fino a Il Divo passando per quel capolavoro che è Le conseguenze dell’amore. Chi ha scandagliato quella filmografia in lungo e in largo si rende immediatamente conto che la bravura di Sorrentino sta tutta nel suo saper produrre immagini, nel senso più ampio, e nel saper metterle in sequenza in maniera chirurgica e affascinante, così da, a un tempo, produrre un senso e produrre delle sensazioni. Leggendo Hanno tutti ragione questo accade: le staffilate di Tony Pagoda contro di sè e contro il mondo fanno subito dire al lettore di essere completamente d’accordo, ed egli gode di averle lette/ascoltate nonostante quella distanza incolmabile che ci separa dalla pagine scritta. Nasce una voglia, perentoria e insoddisfatta, di incontrare lui e gli altri personaggi al bar la sera, “sbilanciarsi” una sigaretta, persino tirare una pista di quella cocaina onnipresente compagna di vita del protagonista.

Paolo Sorrentino crea, bontà sua, un’immaginario (appunto, una collezione d’immagini) che ha questo di caratteristico: esso si situa appena di poco al lato di un certo mondo, con il quale non arriva però mai a combaciare: un mondo passato che lo ha ispirato, un mondo che in parte noi condividiamo con l’autore. Il personaggio del materassaio ciociaro o ancor di più del magnate in doppio petto blu sono riferimenti evidenti, per esempio. Ma essi non arrivano mai a collimare con la realtà storica. Dunque non racconta il vero, Sorrentino, ma il verosimile. Che scoperta, direte voi! Non fanno così non dico tutti, ma tanti altri scrittori e ancor di più registi?

Sì, ma tutta la poetica di Sorrentino, a mio giudizio, gravita su due frasi che aprono il suo film più bello, Le conseguenze dell’amore e che non a caso egli situa nel trailer del film:

La cosa peggiore che può capitare a un uomo che trascorre molto tempo da solo è quella di non avere immaginazione. La vita, già di per sè noiosa e ripetitiva, diventa in mancanza di fantasia uno spettacolo mortale.

La verità, amico mio, è noiosa.

Egli non è interessato alla ricostruzione precisa di fatti, avvenimenti, trame, per quanto queste facciano da sfondo – e comunque uno sfondo assai articolato – alle storie che racconta. Sorrentino fa un’altra operazione: inietta fantasia là dove la verità, per mancanza di prove, non è sufficiente. Iniezioni di storie nella Storia. E lo fa, in ultima analisi, per sfuggire alla noia di un’esistenza piatta. L’ossessione incessante del crooner Tony Pagoda nel corso delle 320 pagine del libro è sempre la stessa infatti: viverla la vita, non lasciarsi vivere da essa. Come, non importa. Perchè, per dirla con le parole di un altro cantante confidenziale, quando è sprecata la vita una volta è sprecata in ogni dove.

Il risultato è un’epopea personalissima eppure universale, cioè esattamente la caratteristica delle più grandi narrazioni.

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Posted in: Estetiche