S.ex and the City

Posted on 19 marzo 2010

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Il 20 novembre del 2008, in un forum pubblico in rete, scrivevo una piccola riflessione sul film Sex and the City, il lungometraggio tratto dall’omonima serie TV. Si trattava di osservazioni prive di velleità scientifiche, ma che cercavano di problematizzare alcune questioni:

Vediamo di buttarla giù semplice. L’ho visto ieri sera, e per due ore ho alternato risolini isterici a conati di vomito. Premetto che non so molto della serie TV, non possedendo un televisore ormai da innumerevoli anni.

1) Cominciamo dai dati di fatto. I personaggi sono tutti ricchi, alcuni molto ricchi. Cioè, una fetta della società americana neanche tanto grande, considerata la concentrazione delle risorse finanziarie in quel paese. Dalla loro ricchezza deriva la quasi totale mancanza di limiti all’esaudirsi delle proprie voglie: fanno quello che gli pare, vanno dove gli pare, comprano quello che gli pare.

2) I personaggi femminili appaiono, a prima vista, squallidamente superficiali. Oltre alle 4 celebri donne, le altre protagoniste del film sono le griffes internazionali. Una scena intera è dedicata a una borsa Louis Vuitton.

3) La scenaggiatura, però, è ben equilibrata e fa intravedere dei momenti di serio turbamento interiore dele protagoniste. Kerry che affronta l’incredibile delusione di un matrimonio non celebrato, Miranda che fa i conti col tradimento, Samantha che di fronte alla prestanza sessuale del suo vicino mette in dubbio la sua quinquennale relazione con un (peraltro fichissimo) attore hollywoodiano. Drammi!

Il lieto fine è più scontato dei prodotti di primo prezzo del discount sotto casa.

Lasciamo perdere le considerazioni di stampo materialista, per le quali l’ostentazione della ricchezza di un settore minuscolo della società americana (e, per metonimia, della società occidentale) si basa sui profondi disequilibri socio-economici che attraversano le nostre società.

Lasciamo perdere il fatto che il sex-and-the-city-pensiero modella ormai i discorsi di molte donne di oggi, che, pur non avendo assolutamente niente in comune con le 4 eroine del film, le prendono a esempio di vita.

Lasciamo pure perdere che secondo me Kerry non è questa grande bellezza…

Ma, mi chiedo: questo film, la serie TV, cosa hanno da dirci sulla cultura di sfondo che ne informa la rappresentazione? Cioè: che cosa rappresenta davvero il sex-and-the-city-pensiero? Che valore ha?

Io temo che il messaggio soggiacente al film sia pericolosissimo (quasi peggio del “Codice Da Vinci, in fondo un vero invito ad avere fede…): le donne sono esseri inferiori.
Tutti i dialoghi, gli atteggiamenti, le reazioni delle protagoniste femminili sono talmente infarciti di banalità che uno stenta a crederci. Tutto corre sul binario di una logica dicotomica: ragione vs. sentimento. E da lì non si scappa.

Ma il punto è che anche questa dicotomia sembra essere il prodotto specifico di una certa cultura contemporanea, priva di linguaggi complessi, incapace e svogliata nel tentativo di svelare le dinamiche articolate delle relazioni di genere, semplicistica e semplificante.

Mi rifiuto di pensare una cosa simile. Almeno fin quando la scienza non me ne abbia fornito le prove.

Pare appunto che sia estremamente più “conveniente” pensare ai rapporti uomo-donna dentro la più semplice cornice di un’irriducibilità, di una “guerra dei mondi”, dell’insormontabilità delle differenze. E di conseguenza, i rapporti felici (le vicende a lieto fine del film) sono in realtà il frutto della rassegnazione dei personaggi maschili ai “limiti genetici” delle proprie donne. Questo discorso è subdolo e pericoloso per la storia stessa dell’emancipazione femminile. Perchè quei limiti non sono genetici, ma culturali. E quindi modificabili. Storicamente, poi, sono anche abbastanza recenti.

Insomma trovo che questo film, oltre ad essere un po’ volgarotto per ostentazione, sia profondamente reazionario. Dà un’immagine delle donne contemporanee come di donne assolutamente incapaci di prescindere dalle urgenze dell’Io per coltivare un Noi, egocentriche, autoreferenziali, scialbe, vanesie, spesso ciniche (salvo una, la moretta, che infatti diventa madre, ma rimane un po’ “leggera” come personaggio…). Cioè delle donne allo stato infantile, immature, bisognose della compassione dei loro maschi pazienti (e non a caso l’uomo di Kerry si chiama Mr. Big…). Delle minus habens, nonostante tutta la loro ricchezza…

Lo scorso gennaio scopro che una sociologa italiana ha scritto un libro in cui, con la scientificità del metodo e il rigore della ricerca, affrontava questioni simili a quelle che avevo sollevato io e che, per inciso, avevano subito l’attacco pedestre e isterico di tante donnine che come me frequentavano quel forum.

Oggi, invece, vengo a sapere che è in corso di pubblicazione un altro libro, una collezione di saggi intorno al tema della Pop filosofia; tra questi, uno ha il titolo di “Sex and the City (Indizi per un’erotica contemporanea)” di Francesca R. Recchia Luciani. Su questa nuova frontiera della filosofia contemporanea non ho ancora sciolto le mie riserve, perchè per quanto interessante e vitale mi sembra una riproposizione del modello dell’intellettuale engagé, giusto un po’ meno ideologizzata (o forse diversamente ideologizzata?).

Ma sul fatto che la celebre serie TV sia diventata un’occasione per parlare delle femminilità contemporanea, delle relazioni di genere, della società dello spettacolo anche a un livello scientifico ed accademico – non so se esserne contento o meno. Da una parte posso dire che nonostante gli insulti ricevuti, in quel lontano novembre 2008 ci avevo visto giusto (ed anzi, proprio la virulenza del dibattito successivo ha dimostrato come la mia boutade toccasse in realtà dei nervi scoperti); dall’altra mi chiedo se invece di mollare la presa sotto le urla aguzze delle tante donnicciole (e anche di quei signorini che giudicavano le mie posizioni come delle masturbazioni mentali), non avessi dovuto invece insistere su quella strada, ed approfondire le mie intuizioni.

Ma tant’è.

Mi consolerò andando a fare shopping…

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