T.alco

Posted on 16 marzo 2010

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“Ma quello era Preano, l’ingegnere?”

La faccia del portiere di notte tradiva la ricchezza di segreti che i suoi sensi avevano registrato in altre occasioni. Di fronte a quell’espressione, decisi che la migliore opzione sarebbe stata lanciargli un’occhiata complice, come di vecchia intesa. Risposi prima con un cenno del capo, e aggiunsi, con voce grave e remota:

“Già. Proprio lui.”

Evìta non si era accorta di nulla. Attendeva distratta che il portiere finisse di compilare le nostre schede clienti e le restituisse il passaporto consumato. La guardai per un attimo e cercai sul corpo e sul volto i segni di quel suo peregrinare da sempre, di quel suo essere più in basso di un emigrato patetico, quel suo essere esiliata dal mondo e dalle cose degli uomini semplici, come un giardino da curare o un servizio di piatti da spolverare di tanto in tanto. Così sono le argentine e gli argentini, e tutti quelli che preferiscono scegliersi e non essere scelti. Solo la leggera andatura curva, che i tacchi accentuavano, tradiva il peso del vivere; per il resto, splendevano in lei i denti bianchissimi, gli occhi azzurri dei nonni polacchi e la pelle di seta del collo e delle spalle.

Il portiere abbassò lo sguardo e si affrettò nei suoi compiti. Ci diede le chiavi della stanza, che avevo avuto cura di richiedere all’ultimo piano, e ci accompagnò sino all’ascensore, tenendoci aperta la porta.

“Buonanotte, a domani”

Evìta gli sorrise.

“A dopo”, dissi io.

In camera posai la borsa e andai in bagno per primo. Svuotai con calma gli intestini e feci un doccia che lavò via il sudore di quella giornata afosa e umida, così comune nella bassa padana. Quando uscii Evìta era nuda, seduta sul bordo del letto, con in mano la sua asciugamano grande di lino bianco.

“Perché non usi l’accappatoio dell’albergo?”, le chiesi con ovvietà.

“Non lo sai?”, mi rispose con altrettanta ovvietà. “Gli accappatoi si addicono agli stanziali. L’asciugamano la porto con me e mi fa casa”

Non potevo darle torto. Anche se ero punto dal fastidio di aver fatto una domanda la cui risposta avrei potuto facilmente indovinare e di aver ricevuto una risposta che mai avrei saputo formulare. Sorrisi. Le guardai i piedi e le ginocchia e i seni raccolti su se stessi.

“Il bagno è tuo. Io scendo a comprare le sigarette, hai bisogno di qualcosa?”

“Le sigarette!” mi disse alzandosi e saltellando verso il bagno.

Mi infilai le scarpe e per un secondo rabbrividii al pensiero che i piedi mi potessero ancora sudare. Fuori dal condizionamento della stanza, e nonostante fossero le cinque e un quarto del mattino, il calore s’insinuava in ogni anfratto del corpo e dell’anima, causandomi, come spesso accadeva, sragionamenti. Dovevo starci attento, evitarlo per quanto possibile, trovarmi un rifugio e mantenermici dentro, immobile, in attesa di stagioni migliori. Per questo vivevo prevalentemente di notte, per evitare il sole e il sudore degli altri. Mentre mi finivo di allacciare la scarpa destra sorrisi nel realizzare che se Evìta aveva la sua grande asciugamano di lino bianco, io avevo la mia boccetta di talco profumato, che avevo riempito proprio quel pomeriggio. Ciascuno arreda la propria vita come può.

Il portiere, stavolta con una voce assonnata e uno sguardo assente, m’indicò garbatamente la via per il distributore più vicino. Camminai svelto, per tornare in fretta al clima selezionato della stanza, ma non troppo, per non inzuppare l’ultima maglietta pulita. Arrivato, tirai giù le Lucky Strike per me e le Gitanes per Evìta, e me ne accesi subito una. Con la calma del fumo nelle vene feci per ritornare quando mi risuonarono davanti agli occhi le parole del portiere.

“Ma quello era Preano, l’ingegnere?”

Mi si gelò il sangue.

Giulio Preano era mio fratello, di due anni più giovane, figlio della seconda moglie di mio padre. Era morto in un incidente d’auto sulla Via Emilia all’età di 29 anni, pochi giorni prima. Nell’istante in cui i rilevamenti della polizia avevano stabilito che l’auto era esplosa, mentre guidavo con Evìta lungo una strada di campagna alla ricerca di una trattoria dove mangiare un boccone, avevo avvertito un fitta alla tempia destra: la vista si era offuscata per dei secondi, poi c’era stato un lampo bianco. Non so quanto fosse durato, ma quando ripresi il controllo Evìta era seduta accanto a me sorridente e m’indicava di parcheggiare nello spiazzo dietro a quel cascinale con i tavoli fuori. Mentre eravamo a tavola vidi spuntare all’improvviso Giulio dall’entrata. Passava di lì, aveva visto la macchina, si era fermato per un saluto ma doveva andare via di corsa, ci saremmo visti dopo in città. A fine pasto ricevetti una telefonata che mi avvisava che Giulio era morto poco prima in un incidente d’auto sulla Via Emilia. Allora compresi quel dolore alla tempia, il buio e il lampo.

Da quel momento Giulio era morto per tutti ma non per me. Lo incontrai la sera stessa in città, bevemmo un aperitivo, e ci dicemmo delle cose, ci tenevamo aggiornati: io gli raccontavo dei viaggi con Evìta e lui dei successi della sua azienda e della fatica di diventare qualcuno. Così continuammo a fare nei giorni successivi. Giulio era lì al mio fianco, mi parlava, mi stringeva la mano quando se ne andava, sudava anche lui come sudavo io, lo vedevo spuntare sempre quando il caldo mi prendeva la testa e rischiavo di sragionare, e ogni volta mi diceva di andarcene a bere qualcosa di fresco  Era morto, ma non per me, non con me, non in me.

Evidentemente, non era morto nemmeno per il portiere. Come aveva potuto lui vederlo? Come aveva fatto ad accorgersi che Giulio aveva accompagnato me ed Evìta proprio in quell’albergo che diceva di conoscere bene? Per tutti Giulio era morto, doveva esserlo anche per quel portiere dai capelli tinti e la faccia butterata. Cominciai a sudare copiosamente quando ero ormai a pochi passi dall’entrata. Con la fronte fredda e madida mi diressi verso la reception. L’uomo era lì, seduto davanti allo schermo del computer che ne illuminava i tratti arcigni.

Allora, le ha trovate le sigarette?”

“Si grazie”

“Ma s’immagini!”

“Senta”

“Mi dica!”

“Come si chiama quest’albergo?”

“Come dice prego?”

“Le ho chiesto il nome di questo albergo”

“Ma scusi, non lo sa?”

“Voglio che mi dica il nome di questo albergo. Per cortesia”

“Lei è ospite dell’Hotel Limbo, Signor Preano, insieme alla Signorina Evìta Miglietti Gruzinski. Lei è il fratello dell’Ingegner Giulio Preano, nostro affezionato cliente, che ha avuto l’amabilità di condurla qui da noi affinchè si ristorasse dal caldo e dalla terribile esperienza di questo pomeriggio”

Guardai in basso. Fissavo le scarpe, in cui muovevo le dita dei piedi; non sentivo più il cuoio della suola appiccicarsi alla pianta. Mi passai una mano sulla fronte per toglier via il sudore, e mi accorsi che era completemente asciutta. Nelle dita stringevo l’ultimo tiro di sigaretta, lo aspirai con avidità mentre guardavo il sorriso compiaciuto del portiere. Nulla. Non solo non tossii come al solito, ma non ebbi nemmeno il più piccolo fastidio alla gola. Spensi il mozzicone nel grande portacenere d’ottone che era sul banco della reception.

Sono morto anch’io, vero?”

“Si signore, in effetti è così”

“Anche Evìta?”

“Mi duole dirle di sì, signore”

“Come è successo?”

“Un incidente d’auto, signore. Pochi minuti or sono, sulla Via Emilia. Lei ha perso il controllo della sua vettura, che ha sbandato finendo in un fossato al lato della strada e prendendo fuoco”

“E Giulio?”

“La sta aspettando di fuori. Se vuole, l’accampagno da lui”

“Evìta?”

“E’ proprio dietro di lei, signore. E’ già pronta”

Evìta era seduta su un divano a fiori della hall, e fissava fuori dalla vetrata dell’albergo un punto lontano. Aveva negli occhi una nostalgia tutta argentina, che in realtà era solo voglia di tornare.

“Evìta!”. La chiamai.

Mi amor! Sei arrivato finalmente! Le hai prese le mie sigarette?”

“Evìta, ma tu sai…”. Non finii la frase.

“Ma certo mi amor!”

La guardai stralunato.

“Dai, non fare quella faccia. Non è altro che un ennesimo viaggio no? Ne abbiamo fatti così tanti insieme, ricordi? Cosa vuoi che sia… Guarda, ti ho già preparato la valigia! Su, andiamo!”

“Hai preso il mio talco?”

“Oh che importa ora il talco! Dai andiamo, si fa tardi!”

Il portiere era arrivato alle mie spalle, senza che me ne accorgessi. Con un braccio c’indicava di seguirlo verso l’uscita, cosa che io feci in maniera rassegnata. Evìta mi precedeva, portava lei le borse di entambi.

Prima di superare le porte a vetri automatiche, intravidi la sagoma di Giulio che da fuori ci aveva notati e ci sorrideva. Il portiere fece strada ad Evìta che con agilità superò la soglia. Io mi bloccai proprio sotto la fotocellula della porta.

Mi amor, che c’è? Perché ti sei fermato?”

“Signor Preano, suvvia, bisogna andare”

“No”

“Come no?” chiesero entrambi allo stesso tempo.

“No. Ho detto di no. Io non vengo. Andate voi, vi raggiungerò dopo”

“Ma Signor Preano!”

“Mi amor!”

“Non posso venire adesso. Non senza il mio talco. Vado a prendere il mio talco”

Mi voltai di spalle alla porta, chiusi forte gli occhi, li riaprii, mi accesi una sigaretta e m’incamminai verso la mia stanza, all’ultimo piano. Ero tutto sudato e avevo bisogno del mio talco profumato.

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Posted in: Estetiche