P.asolini

Posted on 8 marzo 2010

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A volte m’interrogo sull’utilità delle mie stesse parole. E mi rispondo che non ne hanno alcuna. Da una parte ciò mi dovrebbe lusingare: del resto, solo l’arte vanta la sua inutilità. Ma no, non sono davvero così tronfio. Dall’altra parte, resta viva, seppur flebile, lontana, silenziosa, in me, la speranza che esse, le mie parole, diventino luoghi condivisi, spazi vissuti, mattoni di un comune sentire.

Poi leggo parole altrui. E mi accorgo di dire cose già dette, e dette meglio. Eppure, in tutta sincerità, quelle parole nascono in me spontanee, autonome, nascono di partenogenesi. Non vi sono residui, precipitati, non vi sono tracce o rimossi. Sono parole vergini di un’anima che in esse sole esiste. La mia vanità, forse, sta in questo: nel credere vergini delle parole puttane. In questo sta, di sicuro, la mia ingenuità.

Di una cosa però, mi vanto (ingenuamente?): “Io scendo all’inferno e so cose che non disturbano la pace di altri. Ma state attenti. L’inferno sta salendo da voi.

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