A.stensione

Posted on 8 marzo 2010

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Die Sklaverei läßt sich bedeutend steigern, indem man ihr den Anschein der Freiheit gewährt [La schiavitù può aumentare in modo significativo, se le si garantisce l’apparenza di libertà]

Ernst Jünger

Dovrebbe essere questa la nuova parola d’ordine, lo slogan, il tormentone di questi tempi. Bisognerebbe ripeterla fino allo stremo, ovunque, in ogni modo. Ficcarla a forza nella testa dei bambini, farla diventare il mantra degli adulti, procurare una coazione a ripetere ripetere ripetere sempre comunque ovunque a-s-t-e-n-s-i-o-n-e.

Bel paradosso: ripetere l’astensione. Ripetere la mancanza di qualcosa, di un gesto, di una parola. Astenersi da tutto e da tutti. Astenersi dall’uomo e dalla donna, dal sesso, dalla masturbazione, dal cibo, dall’acqua, dai piaceri e dai dolori mascherati da piaceri, dai desideri e dai sogni, dalla parola e dal movimento, dal dire e dal fare.

Fermarsi. Mantenere la posizione. Respirare. Stare.

Affermare, solo ed almeno per una volta, l’essere. Non il dover-essere nè il divenire. Limitarsi ad esistere.

Un esempio? Le prossime elezioni regionali. Quello che sta accadendo nelle Istituzioni italiote, se non avesse il sapore di tragedia, sembrerebbe una farsa. E tutti i benpensanti che s’indignano e protestano pacificamente. Ha più presenza uno zombie, di costoro. Di fronte alla violenza di un governo autoritario e l’ignominia di un’opposizione beota, cosa fare? Fermarsi, staccarsi da loro, togliergli il terreno da sotto i piedi, rompere il meccanismo teatrale della rappresentanza politica, non fare il giorco delle élites di potere. Non votare. Affermare cioè quanto di più rivoluzionario ci possa essere in una (pseudo)democrazia liberale: l’individuo. L’individuo è sempre rivoluzionario.

Nel 1951, in tempi non sospetti e con drammatica preveggenza, Ernst Jünger, si chiedeva (1):

A che pro scegliere infatti, se la situazione non consente la scelta? La risposta è questa: la scheda elettorale offre al nostro elettore l’occasione di prendere parte a un gesto di plauso.

Elettore fa rima con spettatore, ed elezioni fa rima con applausi. In fondo è più comodo battere le mani al condottiero di turno che farsi condottieri di se stessi. E così, uomo fa rima con pecora.

La condizione dell’animale domestico si porta dietro quella della bestia da macello […] Il meccanismo elettorale, come lo abbiamo visto noi, è diventato un concerto di automi, manovrato da un solo organizzatore. Il singolo può essere costretto, e di fatto lo è, a parteciparvi. Deve sapere però che le posizioni che gli è dato occupare sul campo sono tutte ugualmente prive di valore. Dovunque la selvaggina si sposti, non ha nessuna importanza, se rimane comunque tra le tele dei battitori. Il luogo della libertà è ben diverso dalla semplice opposizione […]

Bisogna fermarsi allora. Astenersi. Radere al suolo prima se stessi, la pecora che bela in noi, e poi quanto ci sta intorno. Gustarsi il silenzio del mondo. E poi ricominciare.

(1) Estratti da Ernst Jünger, Trattato del Ribelle, Adelphi 1990 (2007)

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