I.talians

Posted on 3 marzo 2010

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Ho appena finito di leggere ventuno dico ventuno recensioni di Nine, musical di Rob Marshall ispirato a Federico Fellini e ai suoi capolavori: 8 e 1/2 e La dolce vita. Non una, una sola, positiva, e appena un paio equilibrate e decentemente approfondite. E il film in questione l’ho appena visto, in una premiere parigina affollatissima e priva, con mia sorpresa, di altri italiani – a meno che non fossero in incognito…

Il film è quello che è: due ore d’intrattenimento musicale e ballerino che ti strappa dei sorrisi e ti fa scordare delle bollette da pagare fino a quando le luci non tornano ad accendersi in sala. Se non fosse che il biglietto qui costa ben 11,5 euro, direi che sono soldi ben spesi, in fondo.

Ma i “critici”, i “critici” italiani… italians… Mai come ora mi verrebbe da gridargli: “Ve lo meritate Alberto Sordi!“.

Andrebbero messi a tacere questi pettegoli della carta stampata: tutti a lamentarsi che si è osato oltraggiare un mito del cinema italiano e che si è data un’immagine stereotipata dell’Italia. L’unico vero oltraggio lo fanno loro, permettendosi di paragonare un onesto lavoro di entertainment con i capolavori del Maestro! Cosa che infatti gli autori del film hanno accuratamente evitato, dicendo a più riprese che si trattava non di un remake ma di un omaggio. Se solo seguissero quell’antica norma della buona educazione che vuole che a caval donato non si guardi in bocca, questi (a)critici dovrebbero avere la decenza di tacere. E’ l’intera loro prospettiva che è fatalmente erronea, l’angolo buio e fetido da cui vomitano opinioni che dà il puzzo di miasma alle loro parole. Prospettiva linguistica, culturale e politica.

1) Quanti critici hanno visto il film in lingua originale? E soprattutto, quanti di loro sono in grado di capire la lingua Inglese a sufficienza? Quanti si sono accorti che un fine dicitore come Daniel Day Lewis, nei panni di Guido Contini, riesce non solo a storpiare la sua lingua madre per darle un accento italiano, ma persino ad assumere interamente la ritmica, il respiro stesso delle parole di Fellini? Si guardino i documentari e le interviste, la somiglianza è impressionante. Mentre tutti elogiavano il balletto di Penelope Cruz, nessuno si accorgeva che recitava con un accentaccio spagnolo… E persino l’inglese di Ricky Tognazzi, nel ruolo del produttore, sembrava più originale di quello del protagonista. Cos’è allora che valutano i critici: la performance dei doppiatori?

2) Il film è patinato, come è prevedibile che sia. E’ un musical, è intrattenimento, ed è pensato per un pubblico non-italiano. Si può ragionare sulla dosatura dei vari ingredienti: narrazione, musica, coreografie; si possono discutere le scelte estetiche e i movimenti della MDP – certo. Ma è ridicolo persino attribuirgli lo statuto di remake dei capolavori felliniani. E ciò nonostante, il film presenta una correttezza filologica di tutto rispetto – al contrario dei critici italians. Esso pesca a piene mani dai film di Fellini, e sparpaglia indizi qua e là che solo chi sa a memoria 8 e 1/2 e La dolce vita può apprezzare; usa coerentemente la pellicola per le scene in bianco e nero, con un’ottima granulosità e un elaborato contrasto, mentre per i balletti con i lustrini si affida naturalmente alle tecnologie digitali di alta definizione. Forse il Guido Contini di Daniel Day Lewis è un personaggio che poco ha a che vedere con l’uomo Federico, ma perchè mai dovrebbe? Non stiamo mica parlando di un bio-pic! E di nuovo: ci sono le ossessioni profonde del Fellini regista, le donne in primo luogo, e la capacità di sognare a occhi aperti. Insomma, gli autori di Nine avranno anche la “colpa” di non essere all’altezza del Maestro, ma sono ben più al di sopra di quello che la critica italian sostiene. Sono bravi artigiani. E questo, il Maestro, lo avrebbe forse apprezzato.

3) Si lamentano dell’immagine stereotipata, questi disgraziati, dalle colonne dei loro giornali-spazzatura. Ma dovrebbero ringraziare! Nine è un  cartolina spedita direttamente dagli anni Sessanta – e diciamocelo francamente: meglio quell’Italia, con tutti i suoi limiti, che quest’italietta volgare e barbarica di oggi. Se escludiamo un paio di autori (Sorrentino e Garrone, e volendo anche Virzì), che immagine dà il cinema italiano contemporaneo della penisola? I cinepanettoni? Oztepek che non la smette di fare film tutti uguali? I Muccino brothers, associazione a delinquere??? Persino uno bravo come Tornatore fa ormai delle porcate come Baaria… Il paradosso triste di Nine è che restituisce un’immagine di un’Italia superficiale e un po’ fanfarona, un’Italia con tanti difetti, il cui difetto più grande, ahimè, è quello di non esserci più.

Ma il film di Marshall restituisce anche, nei riflessi delle critiche italiote, l’immagine di un provincialismo e di una saccenza che sono forse tra i mali più radicati dello Stivale; l’immagine di un’Italietta della statura del suo premier, bassa e arcigna, tanto superba quanto povera di stile; l’immagine non più di un sogno bello ma irreale, come quello felliniano, ma di un incubo osceno e iper-reale, che non scompare e anzi morde più forte non appena in sala si riaccendono le luci.

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Posted in: Critiche