A.eroporti

Posted on 28 febbraio 2010

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Sono seduto in un caffè di un aeroporto europeo, in una nazione che ha dei modi fermi ma educati. Così sono stato trattato ai controlli di sicurezza: con un sorriso sul volto e con meticolosità estrema. Vedo ora gli altri passeggeri che sono in fila venir accolti dagli incaricati  nello stesso modo.

Altrove non è così. Altrove non hanno né il sorriso sul volto, né la stessa meticolosità nelle procedure. Qui compensano l’invasività di queste con il garbo dei modi: in fondo è un metodo che funziona, che rende la colonizzazione del proprio corpo meno sgradevole.

In fondo, di questo si tratta: della colonizzazione del corpo.

A partire dal check-in: questa separazione fisica ma soprattutto simbolica, dalle proprie cose, i vestiti, le scarpe, i regali comprati, gli effetti personali. Per molti di noi gli oggetti che possediamo hanno un valore superiore a quello meramente materiale, perché li carichiamo di significati e di memorie, e così facendo li rendiamo pezzi della nostra identità. Ai banchi del check-in avviene la prima spoliazione.

Gli aeroporti, per un paradosso solo apparente, sono luoghi della lentezza. La ritualità delle procedure d’imbarco prevede una serie di passaggi, di tappe, di momenti che insieme costituiscono una complessa e lenta processione di atti, in contrasto con l’idea di velocità che il mezzo aereo sembra voler suggerire. Ecco perché essi non sono più, o non sono solo, luoghi di transito o non-luoghi secondo una celebre definizione: essi sono luoghi di attesa. L’intera loro strutturazione – architettonica e logistica, estetica e funzionale – ne fa dei luoghi precipui dove consumare un’attesa. In tal modo il viaggio come impresa perde di centralità, a tutto vantaggio dell’attesa e delle tattiche per riempirla.

Va da sé che la molteplice offerta degli aeroporti – negozi, attività, sale riservate – per consumare il tempo è funzionale a interessi economici ben precisi e mira a formare una vera e propria cultura dell’attesa.

[Che il tempo sia una risorsa quantificabile e commerciabile, l’economia lo sa benissimo, e così un certo sapere diffuso (ma non popolare), che lo riassume nell’equivalenza “il tempo è denaro”. Risulta paradossale allora, come si possa indurre qualcuno, richiedergli, persino spingerlo a desiderare di pagare per il proprio tempo. Pagare, cioè, per una risorsa propria, che ci appartiene. Come se, per lavorare, non solo bisognasse ma addirittura si volesse pagare e non, al contrario, essere pagati. In questo rovesciamento dei termini sta la genialità perversa del capitalismo contemporaneo.]

Tale cultura parte da un assunto negativo: l’assioma che non occupare il tempo sia, nel migliore dei casi, un peccato, e nel peggiore, un crimine. Il nostro tempo – soprattutto quello libero da mansioni obbligatorie – deve diventare il luogo dell’occupazione organizzata, lo spazio vuoto che viene riempito dallo shopping, dai massaggi shiatsu, dalla navigazione in rete, e persino da un gesto così poco salutista come fumare una sigaretta. E tutto ciò, non sorprende, è a pagamento. Il nostro tempo viene consumato dall’occupazione, concreta e simbolica, da parte di agenti principalmente commerciali. Ma bisogna capire che nel momento in cui qualcuno ci crea ed allo stesso tempo organizza il nostro tempo libero, egli ce ne sta in realtà privando. Negli aeroporti, il nostro tempo diventa di proprietà delle file, dei duty free shops, delle riviste distribuite gratuitamente, delle sale d’attesa dotate di vari comfort. Ma non è più nostro. Nei corridoi illuminati al neon avviene la seconda spoliazione.

Immagino che non debba ricostruire la sequenza degli eventi che negli ultimi nove anni hanno portato a un inasprimento delle procedure di controllo negli aeroporti – e immagino anche che non debba sottolineare come tale inasprimento abbia riempito le casse di molte compagnie legate al business del volo. Fatto sta che la moltitudine di accortenze da espletare prima che noi e il nostro bagaglio a mano passiamo sotto al metal detector dei controlli di sicurezza, sono ormai parte del sapere comune. Niente liquidi, niente metalli, niente oggetti proibiti, per farla breve. Di fronte ai nastri trasportatori della macchina-scanner, cominciamo a toglierci giacche e oggetti metallici, e una sensazione di colpa ci pervade, come se il semplice fatto di essere lì, di avere un corpo – più correttamente, di essere un corpo – fosse un crimine da castigare. Lo scanner ingoia quegli oggetti che, tra le nostre proprietà, più ci sono vicini, perché simbolicamente importanti o perché concretamente ed immediatamente utili, contenuti in una piccola valigia. L’occhio meccanico perquisisce i nostri averi. Poi tocca a noi: raggi invisibili cercano la prova della nostra colpa – la prova che essere in vita è una colpa.

Può slacciarsi la cinta per favore? La slacci soltanto, non la tolga. Alzi le braccia. Si volti. Alzi di nuovo le braccia. Mi segua, cortesemente. Le dispiace sedersi su quella sedia? Può togliersi le scarpe e depositarle in questo cestino? Grazie infinite. Attenda un momento.

Volti inquisitori ti squadrano, mani infiltrate perlustrano ogni lembo del tuo corpo, violando ogni decenza, ogni pudore – sembra persino che in un futuro non così lontano i controlli di sicurezza s’incaricheranno di fare un processo alle intenzioni: di andare cioè al di là della punizione del crimine o della sua prevenzione (di per sé un concetto sano) e di concentrarsi sulla possibilità di commetterlo. Noi stessi collaboriamo con i controllori, togliendoci i nostri vestiti. Ma insieme ai vestiti noi ci togliamo qualcos’altro: ci spogliamo dei nostri diritti – ossia della forza della legge – e, senza saperlo, entriamo in uno spazio d’indeterminatezza in cui stiamo, nudi e impauriti, di fronte a un potere, o meglio una forza, la cui ampiezza non ci è dato conoscere. Della terza spoliazione, noi stessi siamo inconsapevoli artefici.

E così privati della nostra più intima soggettività, saliamo sull’aereo: qui la fisicità del nostro corpo si annulla nell’obbligo a tenere la stessa posizione per delle ore, a mangiare pasti precotti senza poter scegliere cosa e a mangiare le stesse cose del tuo vicino di posto. L’omologazione, frutto delle precedenti spoliazioni, raggiunge il suo vertice simbolico nella ripetitività dei discorsi sulla sicurezza (“il giubbotto di sicurezza è situato sotto il sedile… l’aereo è dotato di quattro uscite di sicurezza…”), ormai registrati anche su video, e nelle litanie delle hostess (“more coffeeee?… please fasten your seat belt!… what would you like to drink?”).

Atterrati allo scalo di arrivo, veniamo sputati fuori come le nostre valigie dalla pancia degli aerei. In fretta, fuori, verso altre destinazioni.

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