N.o comment

Posted on 20 febbraio 2010

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Il problema di leggere molto in rete è quello che uno non si ricorda mai dove ha letto cosa. In realtà è lo stesso problema di chi legge molto e basta. Si legge e si dimentica (si legge per dimenticare, diceva CB). Ma per uno che è cresciuto a pane e note a piè di pagina, questo rappresenta ancora un handicap della dignità: pare di fare un torto a usare l’idea o la frase di un altro, senza citarlo. Facile credere nel copyleft, quando non hai subito per anni un lavaggio del cervello accademico, per cui ogni tua idea va difesa a denti stretti e il sapere va condiviso solo dopo averlo pubblicato.

La rete non è così, però, e io sono solo un vecchio residuato di un’accademia che non c’è più, anzi, che non c’è mai stata se non nella mia testa. Fatto sta che qualche tempo fa ho letto da qualche parte in rete, e non sono riuscito a ritrovarlo, che la cifra dei tempi presenti è la bulimia dei commenti. O, per dirla in altro modo, che la possibilità che offre il web 2.0 di dire di tutto su tutto, ma soprattutto di commentare quello che altri hanno detto o fatto, costituisce un nuovo paradigma della comunicazione contemporanea, se non il paradigma.

Pensate al tastino/icona/link in calce al vostro status di Facebook. Sì, il vostro. Perchè, c’è qualcuno lì fuori che ancora non ha un account su Facebook? Stento a crederlo. Il tastino “Comment”. Eccolo lì.

Dì la tua, forza!

Commenta!

Fammi sapere cosa ne pensi! Anche se non te l’ho chiesto!

Non vorrai mica censurarti?

Se ci pensate, la nozione stessa di web 2.0 si sovrappone in massima parte alla funzione/possibilità di commentare: per ogni user generated content ci sono centinaia di user generated comments. Togliete i commenti, e la rete crolla.

Conseguenze? Diverse. In primo luogo, viene meno l’idea stessa di valore: l’unico ordine che hanno i commenti è spesso soltanto cronologico. Esiste il rating, è vero: ma rating sta a valore come quantità sta a qualità. In secondo luogo, si alimenta una pericolosa forma di bulimia, quella delle opinioni.

Ora, non vorrei passare nè per censore nè per reazionario, perchè non sono nè l’uno nè l’altro. Ma mi chiedo: se cerco un’informazione o la narrazione di un fatto, o se voglio semplicemente fruire di un contenuto in rete, perchè devo sorbirmi anche le opinioni altrui? Non che non le rispetti, sia chiaro, ma non le ho chieste.

[Tutto cominciò, a dire il vero, con i telefonini. Ma perchè mai, camminando per strada o peggio stando seduto in autobus o in treno, deve essere costretto a farmi gli affari degli altri? Ad essere informato di vicende che non mi riguardano? Ad ascoltare gente chiacchierare, spettegolare, litigare, gridare?]

Ci sono – come è giusto che ci siano – luoghi opportuni e situazioni apposite per esprimere la propria opinione in merito a qualcosa; ci sono persino delle regole e qualcuno che cerca di farle rispettare: penso ai forum specialistici. Eppure, il grosso dei cosiddetti social networks (Facebook, Twitter, YouTube e via discorrendo, ovvero i non-luoghi della socialità contemporanea) non solo ti dà la possibilità, ma t’invita a dire la tua, a commentare su qualsiasi cosa.

[Domandine leggere leggere: chi c’è a monte di questa pseudo-possibilità? Chi ha deciso di darmi/ci la possibilità di commentare? Chi sta decidendo, concretamente, senza che io me ne accorga, le modalità del mio rapportarmi agli altri esseri umani? Chi fa della libertà di espressione solo una pulsione scevra di ogni contenuto?]

Conseguenza principale: la comunicazione si riduce a poche centinaia di caratteri in calce a dei contenuti non nostri (e anche qui i telefonini con i loro sms furono precursori…). Diciamolo chiaramente: commentare, spesso e volentieri, significa non pensare. Chi commenta non ha un pensiero originale, ma derivato – più spesso, abortito… Nulla di male in ciò, non si può e non si deve mica essere dei geni per forza, no? Vero. Ma almeno si potrebbero fare due cose buone: la prima, per se stessi, sarebbe quella di sforzarsi di produrre dei contenuti, invece di citare / commentare / chiosare / osannare / condannare / insultare le idee e le opere degli altri; la seconda, per il resto del mondo, sarebbe quella di rispettare la loro privacy, il loro senso di decenza, la loro stessa possibilità di scegliere di non ascoltare, scegliendo al contrario, liberamente, saggiamente, con decenza e misura, di non dire.

«E’ su quest’altra e più oscura faccia della potenza che oggi preferisce agire il potere che si definisce ironicamente ‘democratico’. Esso separa gli uomini non solo e non tanto da ciò che possono fare, ma innanzitutto e per lo più da ciò che non possono fare. Separato dalla sua impotenza, privato dell’esperienza di ciò che non può fare, l’uomo odierno si crede capace di tutto e ripete il suo gioviale ‘non c’è problema’ e il suo irresponsabile ‘si può fare’, proprio quando dovrebbe invece rendersi conto di essere consegnato in maniera inaudita a forze e processi su cui ha perduto ogni controllo[…] Nulla rende tanto poveri e così poco liberi come quest’estraniazione dell’impotenza. Colui che è separato da cio che può fare, può, tuttavia, ancora resistere, può ancora non fare. Colui che è separato dalla propria impotenza perde invece, innanzitutto, la capacità di resistere»

Giorgio Agamben, Nudità

PS: Tutto questo post poteva ridursi alle seguente affermazione: “E’ meglio stare zitti e passare per stupidi che aprire bocca e togliere ogni dubbio”. E questa, se non mi ricordo male, dovrebbe essere di Confucio…

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Posted in: Critiche