A.uschwitz

Posted on 10 febbraio 2010

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Sono costretto – dalla volontà di non ferire inutilmente alcuna sensibilità e dal desiderio di non essere scavalcato dalle parole che uso, non questa volta almeno – a cominciare con un’affermazione a metà tra le scuse e un disclaimer. Le similtudini che uso in questo post non vogliono stabilire esorbitanti paralleli, ma solo suggerire, si parva licet componere magna, chiavi di lettura.

Sono andato a – anzi, sono entrato in – Personnes, gigantesca installazione di Christian Boltanski al Grand Palais, a Parigi.

Vale la pena dare un’occhiata, prima di continuare a parlarne:

Io non sono nè un esperto nè un fanatico di arte contemporanea. Sono solo un amateur. Avevo letto tempo fa che la differenza tra l’arte contemporanea e quella “classica” consiste nel fatto che quest’ultima intende solo raffigurare, mentre la prima vuole invece evocare. Se questo è vero, Boltanski ci riesce benissimo.

In primo luogo non si sta di fronte a un’opera, ma al suo interno. Non credo che sia una novità, io stesso ho visitato altre mostre e/o installazioni in cui si ha un rapporto fisico e spaziale con il lavoro dell’artsita, con l’opera insomma. Si viene accolti da un enorme muro fatto di cubi arrugginiti, lungo 42 metri e alto 3, che richiama istantaneamente alla memoria uno schedario, un casellario, nella misura in cui su ciascun cubo è riportato un numero, in sequenza casuale e non ordinata; esso nasconde alla vista tutto il resto dell’opera.

Aggirato il muro – che al tatto mi sporca le mani di ruggine vera – si apre lo sguardo all’opera. E succede una cosa strana: il nervo ottico, in contatto con il cervello, va in loop, come un disco incantato. Decine e decine di aree rettangolari, delimitate da piloni in ferro, alla base delle quali giacciono, letterlamente, dei vestiti: cappotti giacche camicie. Tra i piloni – delle travi o anche dei tronconi di binario – stanno stesi in diagonale dei cavi d’acciaio che sorreggono al centro un neon. Lo sguardo rimbalza tra decine di queste unità, tutte diverse eppure tutte uguali: la differenza è ripetizione senza concetto, verrebbe da ribadire, e qui lo vedi.

Poi alzi gli occhi e non puoi fare a meno di fissarla: la gru. Intanto, intorno a te, delle casse ben nascoste emettono dei suoni che all’inizio quasi non noti, ma poi ti rendi conto che essi cominciano ad allargarsi nella tua testa: una sorta di maglio, un battito, del vento che sibila, una sirena in lontananza. Il suono riverbera nel profondo del corpo mentre registro con gli occhi il movimento, ripetuto anch’esso, della gru: un artiglio meccanico rosso che cala lento sua una piccola collina di vestiti, ne afferra una manciata, risale, e li lascia infine cadere sullo stesso ammasso di panni.

[il video è mio, la qualità è del cellulare]

Gravità e levità, allo stesso tempo. La caduta, inesorabile. Il fluttuare dei tessuti nell’aria. Le traiettorie imprevedibili. L’ammasso di vestiti, le seconde pelli degli uomini.

I panni stesi in terra.

Le traversine.

Le luci al neon.

Il battito del cuore e le sirene.

L’ammasso di panni.

I denti della gru.

La ripetizione.

La serialità.

Auschwitz.

*   *   *

E’ stato un attimo. Entrare, girare la testa a destra e a sinistra, pensare a un campo di concentramento. Forse è ovvio, forse è troppo semplice, si tratta in fondo di una normale associazione d’idee per immagini. Magari un po’ più elaborata, perchè alle immagini aggiunge i suoni e i movimenti, ma pur sempre, un’associazione d’idee.

Ho cominciato a dirigermi verso l’ammasso di vestiti, quella montagna colorata che, semplicemente, giace. Qualcosa di più forte di me, dentro di me, mi stava proibendo di aggirarmi tra i piloni, tra quelle aree ricoperte ordinatamente di vestiti; mi sono ricordato che una cosa simile la provai a Berlino, nel Museo Ebraico di Libeskind, guardando questo:

Su quelle piastre di metallo gettate al suolo, ci si poteva camminare. E io non me la sentii.

Anche qui, di camminare dentro a quell’opera non ne sono stato capace. Mi sono recato sotto la catasta di abiti ed ho osservato a lungo il movimento della gru.

Christian Boltanski ha affermato che con Personnes ha voluto offrire una riflessione sul caso, sulla morte e su Dio. Può essere. Ma poichè credo che le opere d’arte, una volta completate, vivano di vita propria e non debbano più dipendere dal volere dell’autore, sono del parere che l’installazione del Grand Palais vada ben oltre tali tematiche.

Lo dico senza mezzi termini: si tratta di una Auschwitz senza ebrei. O meglio, di una Auschwitz dove tutti siamo ebrei.

Si tratta dell’idea di campo [di concentramento] come metafora del presente, come paradigma della modernità. Boltanski se n’è accorto. Agamben ha scritto pagine illuminanti a tale riguardo:

Il campo è lo spazio che si apre quando lo stato di eccezione comincia a diventare la regola. […] Il campo è, cioè, la struttura in cui lo stato di eccezione, sulla cui possibile decisione si fonda il potere sovrano, viene realizzato normalmente. […] Il campo è un ibrido di diritto e di fatto, in cui i due termini sono diventato indiscernibili […] l’essenza del campo consiste nella materializzazione dello stato di eccezione e nella conseguente creazione di uno spazio in cui la nuda vita e la norma entrano in una soglia d’indistinzione […] (1)

La nuda vita. La vita senza vestiti, per l’appunto. Che modo migliore di rappresentarla, la nuda vita, se non ammassando vestiti?

Uno spazio in cui la nuda vita e la norma entrano in una soglia d’indistinzione. La norma, la regola, ovvero l’ordine, la geometria. La nozione di norma rimanda direttamente a quella di ordine e questa a quella di spazio. Il nomos della terra, diceva Carl Schmitt, è unione di ordinamento e localizzazione. Boltanski, per chi non ha voglia di leggersi Schmitt, glielo mostra.

Ma non è tutto. L’opera dell’artista francese è situata in uno spazio ben preciso e forse non poteva essere altrimenti. Il Grand Palais, vetrina del potere e della grandeur francese. Spazio istituzionale dell’arte, istituzione esso stesso. Istituzione. Vetrina. Sembra di vederlo, l’occhio del Potere, che dall’alto della cupola vetrata sorveglia che tutto si svolga regolarmente, che nulla sfugga alla norma, e che soprattutto la gru faccia il suo lavoro.

Infine, il titolo: Personnes. In francese significa sia “persone” che “nessuno”, ed in questa ambivalenza si gioca tutta la genialità dell’opera. Nessuno è persona, persone sono nessuno. Non esiste nessuno, non esistono cittadini, non esistono distinzioni, gerarchie, suddivisioni. Si è solo, essenzialmente, esseri umani. Nuda vita.

Auschwitz.

*   *   *

Sono uscito dopo un’ora dal Grand Palais avvertendo un misto di eccitazione e di paura. L’opera di Boltanski, attraverso l’attivazione di tutti i miei sensi, attraverso un linguaggio metaforico relativamente semplice e grazie anche, forse, alla necessità condivisa di procurarsi non solo delle chiavi di lettura ma anche delle grammatiche per vivere il presente, sollecita l’individuo in tutta la sua umanità: ne scalfisce la pelle (2) e ne stimola la visione (intesa come capacità di avere visioni, d’immaginare). Corpo e anima.

Il mio stato di eccitazione è nato, forse, dall’aver trovato qualcuno che è riuscito a descrivere una condizione dell’oggi in un modo così chiaro e lampante. La mia paura è derivata, suppongo, dall’ennesima presa di coscienza di quella condizione. Questo siamo: stracci in balia di un braccio meccanico. Almeno fino a quando non guadagniamo l’uscita.

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(1) Giorgio Agamben, Homo Sacer. Il potere sovrano e la nuda vita, Torino 2005, p. 185 e segg.

(2) Si pensi per esempio che l’interno del Grand Palais, essendo un enorme spazio vuoto, non è riscaldato; a ciò che si vede e si ascolta, allora, va aggiunto anche ciò che si prova – il freddo – nelle proprie ossa.

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Posted in: Estetiche