A.ltai

Posted on 7 gennaio 2010

0


Ho avuto la malaugurata idea di leggere in sequenza Q e Altai. Dico malaugurata perché mi sono inconsapevolmente condannato a una forte oscillazione emotiva. Se Q era riuscito a strapparmi dal grigiore della quotidianità per proiettarmi in un’avventura utopica, Altai mi ha lasciato una sensazione di fastidio, dovuta naturalmente alle mie illegittime aspettative (in breve: Q2) ma anche a scelte stilistiche e di contenuto. Ha dunque ragione Tonino Bucci quando sostiene che bisogna liberarsi di Q per apprezzare Altai, e di motivi per apprezzarlo ce ne sono molti, come diversi recensori hanno notato.

Tuttavia alcune scelte degli autori non mi sono chiare – e lo dico in maniera non retorica, con genuina curiosità. In primo luogo i personaggi e la loro psicologia: mi pare, soprattutto nel caso del protagonista, che i passaggi, le evoluzioni, i momenti di crisi e di slancio emotivo siano talvolta resi con poco approfondimento, quasi con pigrizia. Manuel Cardoso, che tanto ostinatamente aveva odiato il proprio essere giudeo, muta idea in maniera molto rapida e si fa braccio di un progetto sionista (leggasi “sionista” senza alcuna connotazione negativa, ma solo come progettualità politica di creare una Nuova Sion): non se ne percepisce quasi il travaglio identitario, o per lo meno esso non viene reso, mi pare, con profondità. Il libro scorre bene, si legge come si osserverebbe un quadro del Canaletto: l’imponenza dell’immagine d’insieme se guardato a distanza, la precisione del tratto e del dettaglio a uno sguardo ravvicinato (esemplare in questo senso lo spargimento d’indizi nei vari capitoli che la mente allenata della spia Cardoso ricostruisce in varie occasioni). Eppure, proprio questo sembra il suo limite più forte, a mio modesto giudizio: accadono molte cose, troppe, in quelle pagine, e forse non tutte necessarie all’equilibrio strutturale del romanzo. Naturalmente gli autori avranno consapevolmente fatto delle scelte compositive, e sicuramente la logica di molte di esse mi sfugge. La scrittura inoltre, che è sicuramente assai consapevole di sé, s’intrattiene più spesso nella descrizione di ambienti e climi, di luoghi e paesaggi, che di stati d’animo: l’affresco del Mediterraneo che ne risulta presenta, proprio come i quadri di Canaletto, respiro e bellezza. Ma dove sono gli uomini?

Quello che m’interessa evidenziare è allora l’effetto emotivo che l’opera in toto ha suscitato in me: nessuna “vicinanza” con alcun personaggio, nessun, per quanto ovvio e forse banale, processo d’identificazione con i personaggi; vale a dire, poca, poca umanità.

E questo me lo spiego solo con una lettura politica del romanzo, allegoria di un decennio di batoste sociali pesantissime (ed in questo senso il finale per niente consolatorio acquista giusto valore). Il Potere è forse il vero protagonista del romanzo (ecco perché lo sento così lontano da me) e sotto di esso – sotto, non di fronte – sta l’uomo con le sue debolezze, la prima delle quali, secondo un paradosso solo apparente, si chiama Utopia. Il Potere è a un tempo contesto, ambiente, protagonista, antagonista e sistema di relazioni. In esso, con esso e contro di esso l’uomo si muove. Nel disegnarne le molteplici facce Wu Ming mostra la sua maestria. La lezione di Genova, di un potere ubiquo, ahimè, è stata ben appresa.

Altai è allora, io spero, un “romanzo di transizione”: l’unico possibile, di questi tempi. Da raccomandare a chi in questa transizione c’è dentro mani e piedi.

Annunci
Messo il tag: , ,
Posted in: Critiche