H.orror vacui

Posted on 28 dicembre 2009

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Sfidando il vento e le mie paure più profonde, oggi sono salito sulla terrazza panoramica della Torre di Montparnasse. Quasi al tramonto, la luce che copriva la città era bianca e pungente, perchè il vento aveva spazzato via le nuvole della pioggia mattutina.

Venivo dal vicino cimitero, dove ero passato a trovare Charles, Julio, Pierre-Joseph e anche Don Porfirio.

Il 56° piano della torre è interamente dedicato ai turisti, che pagano un biglietto salato per salirvi e che lì sono intrattenuti da un cafè, un negozio di souvenir, un percorso audio-visuale e persino dall’angolo delle foto ricordo con tanto di sfondo verde che viene poi riempito digitalmente con un panorama parigino mozzafiato.

La vista è spettacolare, ça va sans dire. Enormi finestroni polarizzati, alti tutta l’estensione del piano, consentono una vista a 360° – insomma, si è dentro una bolla di vetro e acciaio sospesa a esattamente 198 metri da terra.

Sono tranquillo, le gambe non mi tremano e sorseggio sereno un caffè disgustoso come solo i caffè parigini sanno essere. Niente vertigini. O niente di quella sintomatologia che fino ad oggi racchiudevo pigramente ed erroneamente nella frase “soffro di vertigini”.

Sorbito il caffè, faccio il giro di rito, e a un’adeguta distanza dai finestroni ammiro concentrato il panorama. All’angolo nord-est della torre, quello che punta su Montmartre e Belleville, decido di avvicinarmi alle finestre aggrappandomi alla balaustra che vi è posta innanzi.

Guardo giù.

Oltre la finestra, il vuoto.

198 metri di caduta libera.

Stringo forte le mani già sudatissime al corrimano. Fisso il vuoto per pochissimi secondi, che mi sembrano un’eternità. In quei secondi io vedo me stesso cadere in quel vuoto. Non immagino; vedo. Il mio corpo, i miei vestiti, la mia sciarpa che si perde nel vento. La visione è assolutamente realistica: io seguo me stesso cadere come un telecamera che rulla su di un invisibile dolly verticale.

(Matthieu Kassovitz ha fatto qualcosa del genere)

(L’ultima volta che mi è capitata un’esperienza simile ero talmente ubriaco che, in piedi, vedevo me stesso accasciato su un divano cantare Hasta siempre)

L’arrivo di una turista indiana accanto a me mi distoglie da questa visione. Devo reagire: mi do una forte spinta all’indietro, quasi cado, ma con una mezza piroetta riesco a girarmi di spalle e a guadagnare il centro del salone.

E capisco immediatemente una cosa.

La vertigine è sì una distorsione della percezione sensoriale dell’individuo, ma non nel senso che la maggior parte delle persone – fino ad oggi me compreso – attribuisce ad essa. La percezione distorta, e la conseguente paura, non sono causate dal vuoto, ma dal desiderio profondo, intenso, violento di riempire quel vuoto.

Non si ha paura di cadere, si vuole cadere. La paura nasce, per i molti, dall’indicibilità di questa pulsione. Dall’indicibilità cioè, della propria pulsione di morte.

Cioran (c’era anche lui a Montparnasse) l’aveva capito, quando sosteneva che il pensiero costante del suicidio era l’unica cosa che gli avesse consentito di sopravvivere. Lacan lo aveva gridato come un’ovvietà. Ecco cos’è l’horror vacui: un altro nome dell’horror vitae.

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