D.emocrazie

Posted on 18 dicembre 2009

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“Qu’est-ce qu’un démocrate, je vous prie ? C’est là un mot vague, banal, sans acception précise, un mot en caoutchouc”

Auguste Blanqui

Oggi dopo ormai troppo tempo ho preso il coraggio a due mani e sono entrato in una libreria francese. A testa bassa, per non incrociare lo sguardo di alcuno, mi sono diretto verso la sezione di scienze umane e una volta arrivato ho cominciato ad orientarmi visivamente: prima i colori delle copertine, poi i caratteri, e infine il nome degli editori: in tal modo ho voluto prendere confidenza con le varie case editrici e le loro rispettive collane. Essendo un francofono di bassissima lega, non ho ancora acquisito la scioltezza necessaria ad affrontare un testo complesso in lingua locale; passi per il giornale e i volantini dei supermercati, ma un libro vero e proprio rappresenta ancora un ostacolo pressochè insormontabile. Senza contare che la familiarità che avevo acquisito in anni di frequentazioni librarie in Italia va completamente ricostruita in terra d’oltralpe.

Nel settore di filosofia trovo questo libro [cliccare l’immagine]:

Ovviamente comincio a sfogliarlo avidamente, e seppur con difficoltà, mi faccio un’idea del suo discreto valore. Non lo acquisto, tuttavia. E’ presto ancora.

Mi rimane in testa però questo trabocchetto epistemologico: il mio cervello aveva letto la parola francese  démocratie come un plurale femminile, e cioè come «democrazie». E su questa fallacia iniziale comincia ad attorcigliarsi in ragionamenti tra lo psicotico e il politico.

Fatto sta che guardando in generale non solo a quanto accade oggi in Italia – un oggi che si estende all’indietro per un buon quarto di secolo – ma più concretamente a quanto spesso gli altri opinano su di me – che presuntuoso! Che arrogante! Che Besserwisser! – per il semplice fatto che dico le cose come stanno e non come uno vorrebbe ascoltarle, mi sono accorto di un paradosso gigantesco: il diritto di esprimere il proprio pensiero – ossia una delle libertà fondamentali dell’uomo e del cittadino – non estende più la sua copertura alla possibilità di critica.

Facciamo un esempio facile facile: a una festa di compleanno conosco una ragazza abbigliata in modo quanto mai eccentrico e bizzarro. Comincio a parlarle e le chiedo il perchè di tanta ricercatezza; mi risponde che “lei si esprime in questo modo”. Io, educatamente ma in maniera ferma, ribatto che la trovo un po’ ridicola, e ipotizzo (ipotizzo, non asserisco) che se questo è il modo in cui si esprime, allora noto una certa povertà di contenuti. A questo punto mi becco gli insulti: dal minimalista «cafone…» al definitivo «fascista!» (sostituibile con «maschilista», «sciovinista» o «figlio di puttana» a seconda dei contesti e della proprietà di linguaggio dell’interlocutore di turno). Quando situazioni come questa si presentano, io mi domando: ma, non ho capito… lui/lei si può esprimere indossando abiti ridicoli o dicendo delle banalità belle e buone e io non posso neanche dire la mia al riguardo? Non è forse libertà di espressione anche la mia?

Scherzi a parte, la questione è dannatamente seria e riguarda la complessa equazione che sorregge le democrazie liberali contemporanee, in cui s’incrociano variabili politiche e culturali, economiche e psicologiche, lungo una tessitura difficilmente districabile – quella stessa tessitura che, in scala ridotta, disegna le relazioni personali. In questa matassa, ricordare sempre e comunque che la possibilità della critica – per sua natura persecutrice, livellatrice, distruttrice – è parte integrante della libertà di espressione, equivale a ristabilire quella che appare come una verità ovvia, ma che sfuma ed evapora, invece, sotto gli attacchi congiunti della political correctness, delle ideologie calateci in corpo come pillole soporifere e pure di parecchia idiozia. La cronoca italiana recente è lì a ricordarcelo.

Mi guardo intorno e vedo un sacco di persone che si definiscono democratiche e poi vorrebbero mettere il bavaglio a chiunque esprima fatti scomodi. Sono lontani i tempi – o forse sono lontani gli spiriti – in cui Max Weber poteva dire:

Il compito primario di un buon insegnante è insegnare ai suoi studenti come riconoscere fatti sconvenienti – voglio dire fatti che sono sconvenienti per le proprie opinioni di parte. E per ogni opinione di parte ci sono fatti estremamente scomodi, sia per la mia che per per le altre. Io credo che un insegnante ottiene più di un semplice compito intellettivo se obbliga il suo pubblico ad abituarsi all’esistenza di tali fatti. Sarei così immodesto da adoperare persino l’espressione “risultato morale”, sebbene forse ciò possa suonare troppo grandioso per qualcosa che va da sè.

La democrazia contemporanea allora, procede così: una passo avanti, due passi indietro. E invece aveva ragione Andrea Pazienza: “Mai tornare indietro, nemmeno per prendere la rincorsa!”

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Posted in: Critiche