C.ardiologia

Posted on 10 dicembre 2009

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Lungo il corridoio dell’ospedale avvertì intenso il puzzo misto di alcol, medicinali scaduti e disinfettanti e si ricordò dell’ultima volta che era entrato in un posto del genere. Fu quando morì su madre. Stava in una camera da due posti, in compagnia di un’altra signora anziana operata al femore, tuttavia sempre sorridente. Sua madre non sorrideva, ma con molta decenza e con grande rispetto per gli altri teneva per sé il suo dolore terminale. Lo colse un briciolo di malinconia, mentre con gli occhi cercava le indicazioni per il Pronto Soccorso, nel ricordarsi della dolcezza con cui la sua mamma si era spenta. Da un po’ di tempo, la malinconia era l’unica cosa che riusciva a sentire.

Dopo una serie di corridoi, di quelli piastrellati di beige, con il pavimento in linoleum consumato e pieno di bolle, arrivò di fronte a una porta a vetri opachi, al lato della quale stava un citofono. Suonò. Un sibilo quasi impercettibile gli fece capire che qualcuno aveva aperto la porta da dentro. Non fece in tempo a chiuderla dietro di sé che una voce acuta lo investì. Erano le nove e venti di un lunedì mattina.

«Mi dicaa!»

Si avvicinò allo sportello con passo lento e a testa bassa, sbirciando con gli occhi verso sinistra, dove intuì una sala d’attesa vuota.

«Buongiorno. Io avrei bisogno di una visita urgente»

«Che tipo di visita?»

«Una visita cardiologica»

«Qual è il problema?»

«Non ne sono proprio sicuro, ma penso che il mio cuore non funzioni più»

«Cos’è, un aritmia? Un soffio? Uno scompenso?»

«Non lo so con certezza, ma non credo»

«Qual è il suo problema allora?»

«Il mio problema è che ho il cuore spezzato»

L’infermiera, che non aveva più di venticinque anni, alzò gli occhi per la prima volta da quando lo aveva sentito entrare. Lo guardò come si fa con i bambini cattivi.

«Come ha detto scusi?»

«Ho il cuore spezzato»

«Scusi, in che senso?»

«Nel senso che ho il cuore spezzato! Sa quando le viene un dolore così grande che il cuore non regge più e si spezza? Ecco, a me è successo proprio questo!»

Fino a quel momento l’infermiera di turno non aveva voluto cedere all’incredulità, aveva preferito pensare a un malinteso. Ma ora il dubbio di trovarsi di fronte a un pazzo si stava facendo strada a grandi passi nella sua mente. Si ricordò che al terzo anno di corso di scienze infermieristiche aveva fatto un breve corso di sociologia dei processi comunicativi, in cui aveva imparato che bisogna mettere il proprio interlocutore nelle condizioni di esprimersi nella maniera più chiara possibile, così da evitare equivoci. Quindi decise di agire con estrema calma.

«Vediamo se ho capito. Lei mi sta dicendo che le si è spezzato il cuore a causa di un dolore non meglio specificato, è giusto?»

«No no, guardi, il dolore che mi ha spezzato il cuore ha una causa ben specifica, che conosco benissimo!»

«E quale sarebbe, mi scusi?»

«Una donna che amo»

«Una donna che ama le ha spezzato il cuore?»

«Esatto»

«E lei è venuto al Pronto Soccorso?»

«Certo. Ha qualche idea migliore?»

L’incredulità aveva ormai preso il sopravvento dei muscoli facciali dell’infermiera. «Ma… mi scusi… non capisco… una donna le ha spezzato il cuore e lei viene qui???»

«Signorina, mi corregga se sbaglio: il cuore è un organo del corpo umano, giusto?»

«Si ma…». Non le diede il tempo di continuare.

«Bene. Il cuore è un organo. Come il fegato, o il colon, o i reni. Voi qui curate le malattie di questi organi, no?»

«Si, ma il cuore è un’altra cosa!», rispose lei, sicura di aver appena pronunciato una grande verità.

«Questo lo dice lei. Lei è cardiologa?»

«No, non sono cardiologa ma…»

«Bene. Allora io le chiedo di farmi parlare con un cardiologo. E’ un mio diritto, e lei non può negarmelo»

Aveva ragione, era un suo diritto e quell’infermiera, peraltro dal viso assai delicato, non poteva negarglielo. Per di più, proprio quel giorno era di turno un giovane cardiologo. Lei pensò bene di rigirare a lui tutta quella strana faccenda.

«Va bene. Come vuole. La farò parlare col medico di turno. Qual è il suo nome?», chiese, accingendosi a compilare una scheda.

«Eugenio Funghi»

«Anni?»

«Trentotto»

«Professione?»

«Poeta»

L’infermiera decise di esaurire lì le domande. Ebbe l’accortezza di non chiedere spiegazioni su quell’ultima, inusuale risposta. Terminò di compilare la scheda e gliene consegnò una copia, dall’altro lato dello sportello.

«Bene Signor Funghi, vada con questa alla stanza 12, in fondo a quel corridoio a sinistra», disse, indicando la strada.

«Grazie signorina»

Eugenio bussò alla porta. Lo aveva seguito fin lì, persistente, quell’odore di ospedale, di dolore e di morte che stava appiccicato alle pareti. Con sua sorpresa, qualcuno aprì la porta da dentro: era un medico, dall’apparenza giovane e cordiale. Lo salutò e contemporaneamente gli porse la scheda compilata dall’infermiera. Il medico raccolse il foglio dalle sue mani e lo fece entrare nella stanza con un ampio gesto del braccio. Eugenio restò in piedi accanto a una vecchia sedia di plastica, da un lato di una scrivania.

«Bene Signor…. Funghi, Signor Funghi, mi dica che problema ha»

«Mi perdoni dottore, ma prima avrei bisogni di sincerarmi di una cosa. Io ho chiesto di vedere un cardiologo, lei lo è?»

«Si certo»

«Ah bene. Lei sicuramente mi capirà»

«Si accomodi, e mi dica tutto», lo incitò, mentre andava a sedersi dietro alla scrivania.

«Vede dottore, il mio problema è che ho il cuore spezzato»

Il medico lo stava già fissando, ma senza scomporsi. Era un uomo paziente e comprensivo.

«Mi spieghi meglio» disse, con un tono di voce sincero.

«Il fatto è che una donna, la mia donna, mi ha spezzato il cuore e da allora credo che abbia cessato di battere»

«Signor Funghi, se il suo cuore avesse cessato di battere, lei non sarebbe qui a parlarmi, ora»

«E’ quello che pensavo anch’io dottore, eppure le dico che è così. Ecco perché ho bisogno di uno specialista»

«Ma mi dica come è successo»

«Beh, è una lunga storia, ma non l’annoierò. In sostanza ho amato una donna per molto tempo, l’ho amata davvero, le ho dato tutto me stesso, e in cambio non ho ricevuto nulla se non indifferenza e distanza. Quindi, io immagino, devo aver terminato le mie scorte di amore, se così si può dire, e il cuore ha cessato di battere per il semplice fatto che non aveva più alcuna funzione da svolgere. Questa, per lo meno, è la mia idea, la mia breve diagnosi, diciamo. A che serve il cuore se non si può amare?»

Eugenio aveva parlato con calma, senza staccare mai lo sguardo da quello del suo interlocutore, mostrando modestia e convinzione allo stesso tempo. Non traspariva da lui alcun segno di squilibrio, anzi, agli occhi del medico appariva assolutamente credibile. Ma non a quelli della scienza che questi rappresentava.

«Signor Funghi, leggo qui sulla scheda che lei di professione fa il poeta. Capisco che per un uomo come lei il cuore sia la sede dei sentimenti, ma lei saprà sicuramente che il cuore serve in primo luogo a tenerci in vita, a nutrire il nostro corpo pompando il sangue»

«Si certo, non lo metto in dubbio. Eppure le dico che il mio cuore ha cessato di battere. Neanche io capisco come possa essere accaduto. Controlli lei stesso, la prego, dottor…”

«Funghi. Come lei»

«Che coincidenza…»

«Già!»

Il dottor Funghi non ci stette a pensare molto. La storia di quell’uomo, quel poeta, era in un certo senso intrigante, e per fortuna quel giorno non c’erano emergenze particolari a cui badare. Prese dalla sua borsa lo stetoscopio.

«Va bene Signor Funghi, si stenda su quel lettino che diamo un’occhiata»

Eugenio si tolse la giacca, si sbottonò la camicia e rimase seduto sul bordo del lettino. Il medico si avvicinò con fare quasi paterno, come a voler bonariamente dimostrare che quella del cuore che non batteva era solo una storiella fantasiosa.

«Ora l’ausculterò. Il metallo è un po’ freddo, mi dispiace»

«Non si preoccupi»

Il dottor Funghi portò il suo stetoscopio alla base dei pettorali di Eugenio.

«Respiri forte»

Spostò di pochi centimetri verso l’esterno l’attrezzo.

«Respiri forte, le ho detto»

«Lo sto facendo»

A quella risposta il dottore cominciò a fissare il volto di Eugenio, tenendo lo stetoscopio ben saldo all’altezza del cuore. In effetti, Eugenio respirava forte: si vedevano le narici dilatarsi per incamerare aria e si sentiva il fiato uscire caldo e abbondante da quello stesso naso. Eppure nelle sue orecchie il giovane cardiologo non avvertiva il minimo rumore.

«Mi scusi un attimo»

Si avvicinò ad un armadio a vetri che stava dall’altra parte della stanza, lo aprì e con un gesto veloce e senza farsene accorgere sostituì lo stetoscopio con un altro.

«Eccomi. Continui a respirare forte» disse mentre ormai premeva con un certo vigore la base tonda sul petto di Eugenio. Si sforzò di aguzzare l’udito. Nulla, nelle sue orecchie non risuonava assolutamente nulla. Guardò Eugenio in volto, e seppure non era uomo da scomporsi, avvertì in quel momento uno strano brivido corrergli lungo la schiena. Eugenio era disciplinatamente impassibile, in attesa di un responso. Il dottor Funghi si tolse lo stetoscopio dalle orecchie e prese a sondare il polso di Eugenio. Le vene si vedevano chiaramente, il colore della pelle era assolutamente normale, così come quello della faccia. Ma di battito nessuna traccia.

«Signor Funghi… non so che dirle… io non trovo il suo battito… ma non è possibile…»

«Allora non mi ero sbagliato! Il cuore ha cessato di battere, giusto dottore?»

«Io… io… ma lei dovrebbe essere morto a quest’ora!»

«Già. E’ quello che pensavo anch’io»

Il dottor Funghi si sedette scompostamente sulla sedia, in stato confusionale. Non poteva aver sbagliato l’auscultazione, era semplicemente impossibile dopo tutti quegli anni di esperienza. Pensò poi che una spiegazione scientifica ci doveva pur essere. Morte apparente? Riduzione o rallentamento dei battiti, come certi fachiri indiani? Quell’uomo non poteva essere lì se il suo cuore non batteva più, non poteva parlare, muoversi, svestirsi e rivestirsi, non poteva, in una parola, vivere. Eppure, Eugenio era lì di fronte a lui, viva confutazione di tutta la conoscenza dell’uomo.

«Signor Funghi… io non so che dirle, il suo cuore non batte eppure lei è vivo… tutto ciò non ha senso, non ha alcun senso…»

«Ha ragione dottore, non ha senso, eppure è così. Crede che potrò condurre una vita normale con un cuore rotto?»

Questa domanda riportò il giovane cardiologo nel soffice mondo della routine medica, delle domande che hanno una risposta, dei casi che hanno una soluzione. Non esitò a rispondere.

«Lei si alimenta correttamente? Beve alcolici? Fuma?»

«Bevo e fumo, è ovvio. E mangio solo quando ho fame»

«Male… cioè, no. A questo punto è tutto irrilevante per la salute del suo cuore»

«Davvero?»

«Beh, è ovvio. Se il suo cuore ormai non batte più, non c’è nulla che può danneggiarlo. Lei, mi perdoni se glielo dico, non morirà certo d’infarto. Anzi, le dirò di più: lei è clinicamente morto, e quindi non c’è nulla che può ammazzarla!»

Quest’ironia non piacque molto ad Eugenio, ma si rese conto che era servita al medico per riprendere il controllo di sé, per sdrammatizzare sull’insondabile.

«Cosa mi consiglia di fare dottore?»

«Non saprei, davvero, non saprei… mi verrebbe da dirle di fumarsi una sigaretta, tanto male non le fa…»

«Capisco» disse Eugenio, ormai soddisfatto che anche qualcun altro non capiva ciò che lui per primo ignorava. «La ringrazio dottore, so che ha fatto quel che ha potuto». Così dicendo aprì la porta della stanza 12 e uscì, lasciando il cardiologo suo omonimo di fronte al mistero della vita e della morte.

Nel cercare da solo l’uscita si perse, e dovette percorrere molti corridoi prima di trovare la strada giusta. Corridoi tutti uguali, con il linoleum che si staccava da terra, con le piastrelle ingiallite dal tempo e con quell’inestirpabile puzzo acido, così frequente negli ospedali, quell’odore di materassi consunti, di biancheria sporca, di flebo a metà, quell’odore che si appiccica addosso e si radica nelle narici. Quell’odore così difficile da dimenticare.

Quando fu fuori, nei viali alberati dell’ospedale, guardò in alto il raggio di sole che lo investiva e pensò che dopotutto era una bella giornata. Prese le sigarette dalla tasca, ne accese una e tirò una bella boccata di fumo.

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Posted in: Disamori