A.peritivo

Posted on 1 dicembre 2009

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L’idea stessa di aperitivo è quanto di meglio possa simboleggiare non solo la mia generazione, quella tra i trenta e i quaranta circa, ma anche i tempi che corrono.

L’aperitivo come fenomeno culturale merita una trattazione più approfondita e seria di quanto mi accingo a fare ora, nelle brevi righe che seguono. Credo infatti che esso si qualifichi come ciò che Mauss definiva fatto social totale, ossia un fatto che sia in grado di dare conto di come la società si strutturi in tutti i suoi livelli. Mi riservo di progettare questa riflessione in un prossimo futuro, nella speranza che qualche imprenditore del mondo della ristorazione l’apprezzi e l’acquisti come fondamento di una nuova politica di marketing…

Ma qui, dicevo, m’interessa mostrare il valore altamente simbolico dell’aperitivo. Qual è il suo senso originario? Esso aveva – non ha più, se non nel Sud Italia, in parte – la funzione di introdurre il pranzo, quello domenicale o festivo, stimolando l’appetito con bevande amarognole e stuzzichini (quello che oggi viene definito finger food). Non era, cioè, un rito serale o pre-serale e tanto meno quotidiano, ma strettamente riservato alla domenica e al pranzo. Poi, secondo un’evoluzione storico-culturale tutta ancora da tracciare, è diventato ciò che conosciamo: un surrogato della cena, una pre-sbronza in attesa del collasso definitivo nelle notti di baldoria, uno sfoggio di sè là dove le luci sono ancora abbastanza alte da farsi vedere.

L’aperitivo è differimento. Il differimento della cena e delle responsabilità sociali che essa implica (cucinare per sè e per altri o anche solo scegliere un ristorante o una trattoria).

L’aperitivo è attesa. Attesa di qualcosa di meglio riempita di bollicine.

L’aperitivo è soddisfazione immediata. Rituale anti-ritualistico, alternativa senza alternative, esso fa a meno della costruzione del piacere e lo assorbe in formato mignon o one-shot.

L’aperitivo è quella terra di nessuno, particolarmente affollata, tra la stasi e la scelta, perchè si situa lungo il confine – anzi, a ridosso del confine – tra l’ordine e il disordine, il sacro e il profano, il passato e il futuro. Esso è limbo per antonomasia.

Il parallelo con la mia generazione mi pare evidente: generazione ritardata e ritardante, che differisce l’età adulta e le responsabilità; che attende una svolta e nel frattempo si ubriaca di un edonismo a dire il vero piuttosto superficiale; che sacrifica il futuro sull’altare di un presente on the rocks.

In questo senso, l’aperitivo è inganno, nel senso etimologico di “[qualcosa] in gioco”. E l’enjeu è il rapporto tra presente e futuro, ovvero la possibilità di una speranza e di una possibilità. Nella misura in cui l’aperitivo è un rituale attraverso il quale inganniamo noi stessi (“prendo solo un’altra pizzetta e poi vado a mangiare…”) e c’imponiamo di credere che arriverà presto qualcosa di meglio (la cena) – mentre invece quel che rimane sono solo le scorze di limone in fondo al bicchiere – esso ben si presta a rappresentare questi tempi di confine, dove senza l’ausilio nè di bussole nè di buone gambe, ci avviamo leggermente avvinazzati verso la catastrofe.

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Posted in: Banalità