M.acintosh

Posted on 25 novembre 2009

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Sono un utente Mac, da quasi un anno. Non sono un grandissimo conoscitore dei segreti reconditi della macchina, ma riesco a fare più o meno tutto quello che ho bisogno di fare con un computer. Mi tengo adeguatamente lontano da siti e/o forum di Mac-users perchè aborro qualsiasi forma di appartenenza o membership, anche virtuale, e li consulto solo se ho un problema da risolvere.

Detto questo, dopo questi mesi di Mac experience, alcune considerazioni che vegetavano allo stato embrionale prima che mi decidessi al fatidico passaggio da Windows a Mac, hanno ormai preso consistenza. In poche parole, esse si riducono alla seguente affermazione: il Mac è oggi uno dei più subdoli ed efficaci dispositivi che il Capitale abbia a disposizione per colonizzare a suo piacimento le menti e i cuori delle persone.

Chiarisco.

  1. Quando dico “Mac” mi riferisco a tutti i prodotti della Apple, dai computer ai telefoni al software.
  2. Quando dico “Capitale” mi riferisco contemporaneamente alla dirigenza della Apple, alle sue politiche industriali e di mercato, alle sue interazioni sul mercato e al ruolo che essa gioca nel determinare le scelte possibili sul mercato stesso dal lato della domanda (in pratica il suo marketing). Nonchè alla naturale propensione al profitto che guida le attività delle aziende.
  3. Quando dico dispositivo intendo ciò che Giorgio Agamben, riprendendo Foucault, definisce come tale:
  • un insieme eterogeneo, che include virtualmente qualsiasi cosa, linguistico e non-linguistico allo stesso titolo: discorsi, istituzioni, edifici, leggi, misure di polizia, proposizioni filosofiche ecc. Il dispositivo in se stesso è la rete che si stabilisce tra questi elementi.
  • Il dispositivo ha sempre una funzione strategica concreta e si iscrive sempre in una relazione di potere.
  • Come tale, risulta dall’incrocio di relazioni di potere e di relazioni di sapere.

Quanto vado affermando, è bene precisarlo, deriva dalla valutazione della mia personalissima esperienza. Che i computer della Apple siano macchine dalle ottime prestazioni hardware e software non è in discussione. Quello che m’interessa è in che misura l’utilizzo di esse risponda a esigenze e scelte che sono esterne all’utente. Sono, cioè, a monte.

Un utente medio, come me, cosa fa? Scrive, naviga, cataloga foto, ascolta musica. Si guardi ai software che Apple dedica a queste attività: iWork, Safari, iPhoto ed iTunes. Tutti perfettamente integrati tra di loro e tra di loro comunicanti. Essi danno vita a un’esperienza di utilizzo confortevole e vasta, ma chiusa. Vale a dire che i criteri, le scelte e le stesse necessità dell’utente passano in secondo piano rispetto alle funzioni previste per quei programmi.

Questa caratteristica di base – cioè l’impossibilità di fuoriuscire dai paletti imposti dal sistema, o meglio la non disponibilità totale dei propri stessi contenuti – fa del Mac un universo comodo e semplice per quell’utente che non vuole perdere tempo a capire come funzionano certi processi e che è attratto e lusingato da un marketing molto efficace che insiste sulle caratteristiche di eslcusività della mela di Cupertino. Ma costituisce in sè una gabbia al libero usufrutto di uno strumento. Insomma, una prigione dorata.

Qui sta la natura di dispositivo del Capitale del Mac: esso perde la sua natura di strumento atto a facilitare una serie di operazioni e di attività e diventa un fine strutturante, un ordo ordinans: non è più lo strumento che si adatta all’esigenza, ma è la fruizione che si adatta allo strumento.

Quando acquistai il mio MacBook mi fu detto: per capire come funziona Mac OS rispetto a Windows devi considerare che esso si basa su un’altra epistemologia. Mai parole furono più azzeccate. Il Mac è un’epistemologia diversa rispetto a Windows (performativamente peggiore, non ci piove, ma almeno nella sua versione XP più adattabile alle mutevoli esigenze di utenti diversi), vale a dire un modo diverso di apprendere e pensare. Lungi dal voler insistere su di un inutile paragone tra i due sistemi operativi in termini di performance, mi piace riflettere su che genere di dialogo s’instauri tra l’uomo e la macchina. Se da un lato Windows XP non era particolarmente invasivo e mi consentiva di aggirare le limitazioni strutturali attraverso un scelta pressochè infinita di software (e molti di questi estremamente personalizzabili), Mac OS mi “regala” dei pacchetti di software particolarmente rigidi, dove funzionalità meramente estetiche o piuttosto rispondenti a politiche di marketing vengono contrabbandate per possibilità di scelta: non sfugge a nessuno, mi pare, che iTunes sia fondamentalmente una forma di pressione ad acquistare musica su iStore, per esempio, e così assestare un colpo al P2P. Di conseguenza, nel dialogo che intrattengo con un Mac, io rivesto il ruolo dell’apprendista che fa esattamente quello che il mastro gli comanda. Ed ecco quello che mi disturba: che la macchina voglia fare a modo suo, non a modo mio. Che mi obblighi a riformulare il mio approccio ai contenuti – la musica che ascolto, le foto che faccio, i testi che scrivo, i siti che visito – in relazione a criteri non stabiliti da me, ma da Steve Jobs e combriccola. E cosa c’è a monte di questi criteri se non la generazione e l’accumulazione di profitto?

Si dirà: questo discorso vale per tutta la tecnologia, passata e contemporanea.

[mentre digito, i tasti attigui della “e” e della “r” emettono uno strano scricchiolio. Che la macchina mi stia richiamando all’ordine?]

Vero. Vale anche per Windows in buona parte, ancor di più per la sua settima versione, se è vero, come leggo, che è sempre più simile a Mac OS. L’uomo crea i suoi strumenti e va mano mano adattandoli alle proprie esigenze. Ed è esattamente qui che l’universo Apple rappresenta un’eccezione particolarmente simbolica! Non vorrei perdermi – anche perchè poi mi perderei davvero, non essendo un esperto – in discorsi tecnici, su cui facilmente potrei essere smentito. Ma io credo che la questione centarle rimanga: e cioè che il Mac è uno strumento che a fronte di una immediatezza e una relativa facilità d’uso, un look accattivante e soprattutto la sensazione di appartenere a una setta di privilegiati, rinchiuda l’utente all’interno di un’esperienza autoritaria. E’ in questo senso che parlo di dispositivo.

Recenti notizie confermano quanto vado sostenendo: da una parte sembri che presto saremo costretti a sorbirci della pubblicità per poter usare il computer, e se anche ciò non dovesse accadere (anche se del resto accade già per televisione o cellulari), resta il fatto che Jobs & Co. si stiano muovendo esattamente nella direzione di canalizzare e asservire lo sviluppo della tecnologia alla veicolazione di messaggi pubblicitari. Dall’altra apprendo la curiosa notizia di come la Apple abbia rifiutato la riparazione dei computer di due utenti perchè questi, forti fumatori, avevano in sostanza danneggiato la macchina a causa del loro vizio. (C’è da dire che da nessuna parte nelle garanzie e nei contratti Apple quest’evenienza è prevista. In un paese come gli USA, dove gli avvocati fanno fortune attaccandosi a cavilli infinitesimali, mi meraviglio di come non ne sia nata la causa dell’anno). O, letta da un’altra angolazione, l’utente-forte-fumatore non si confa all’idealtipo di cliente che hanno in mente a Cupertino.

Alternative? Passare a Linux? Studiare e diventare un esperto informatico?

[lo scricchiolio dei tasti si estende a quelli circostanti la “e” e la “r” e si fa sempre più fastidioso. Un altro avvertimento?]

Forse.

Intanto mi tengo il mio Mac. E cerco il più possibile di non farmi comandare da lui. Ma non posso fare a meno di osservare come la logica sottostante all’intero universo della mela sia chiara: nascondere dietro una fittizia possibilità di scelta e dietro una distinzione estetica di natura quasi religiosa, un’esperienza d’uso di carattere autoritario che modifica, canalizzandola verso fini stabiliti altrove, il nostro modo di conoscere ed agire nel mondo (posto che oggi, per conoscere il mondo e agire in esso, un computer, ma anche un telefonino, sono strumenti imprescindibili) e struttura allo stesso tempo il nostro sentire, nella misura in cui c’illude di appartenere a una casta di eletti (il 5% del mercato) che si differenzia dal volgo.

La mela di Cupertino è allora un dispositivo – come tanti altri, e non dei peggiori – che tende progressivamente a omogenizzare e uniformare le coscienze dei suoi utenti, piegandole agli scopi di lucro di un’azienda che è perfettamente integrata alle logiche e alle dinamiche del Capitale contemporaneo.

Nulla di strano in tutto ciò. Basta saperlo. E, quando si va al mercato a comprare delle mele, ricordarsi anche di prendere le arance.

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Posted in: Critiche