P.ulizie

Posted on 19 novembre 2009

3


Tra i tanti gesti quotidiani che compiamo, quello di pulire noi stessi e gli spazi che abitiamo mi è sempre parso recare in sè un valore di testimonianza. Mi spiego.

In primo luogo è doveroso ricordare che sia l’igiene che le pratiche quotidiane relative alle pulizie di casa sono costrutti culturali dotati di senso e che di conseguenza cambiano a seconda del tempo e dello spazio. Basta pensare alla diffusione diversa del bidet in Europa, senza scomodare Foucault o De Certeau. O a come nell’Africa musulmana s’impone di afferrare il cibo solo con la mano destra, perchè la sinistra è impura in quanto destinata alla cura delle pudenda.

Qualcuno è arrivato a sostenere che il grado di igiene di una persona è in relazione inversa con la sua moralità, ovvero che a una maggiore pulizia corrisponda una minore severità dei giudizi morali. Per quanto affascinante, lascio che ulteriori studi s’incarichino di confermare o smentire tale relazione.

[Qui lo dico e qui lo nego: ho sempre pensato che chi è abituato a convivere serenamente con un certo grado di sporcizia sia una persona fondamentalmente buona e tollerante]

Naturalmente, a monte delle diverse pratiche legate alla pulizia di sè e del proprio ambiente, sta il mutevole concetto di “sporco”. Che a sua volta si lega con le nozioni di “nocivo”, “brutto” etc., articolando una pluralità di sistemi semiotici e dimostrando, se ce ne fosse ancora bisogno, come la realtà sia una costruzione sociale.

Eppure, al di là delle spiegazioni possibili sull’origine e sulle dinamiche, quello che io osservo è che i modi, la frequenza, la ritualità delle pratiche igieniche si legano a doppio filo a un altro genere di nozione, quella di “ordine”. Lo stesso linguaggio comune equipara le espressioni «far pulizia» con «fare ordine» e l’espressione “repulisti” fa subito pensare all’esercizio di una certa violenza:

“Quia tu es, Deus, fortitudo mea: quare me repulisti et quare tristis incedo, dum affligit me inimicus?” (Poiché sei tu la mia forza, o Dio: perché mi respingesti, e perché avanzo triste mentre il nemico mi affligge?)

Antico Testamento, Salmo 42, 2

Del resto, salta agli occhi la vicinanza di pulizia e polizia.

La pulizia di sè e del proprio ambiente, allora, è una testimonianza di un certo ordine, di un ordo in senso neutro, cioè di un’operazione di selezione e scarto degli elementi costitutivi la realtà circostante. Se questo è vero, osservando come una persona lava i piatti, come tiene il bagno, come procede a lavarsi i denti e a farsi la doccia, con che frequanza spazza il pavimento e toglie la polvere, potremo forse capire la scala di priorità su cui imposta la propria esistenza.

Io, per esempio, sono un fanatico del lavello. La polvere non mi disturba, ma l’unto mi dà un fastidio infinito. Di conseguenza, lavo i piatti e pulisco la cucina in maniera quasi maniacale. La spiegazione che mi sono dato è che così ottengo l’immediata soddisfazione di un lavoro ben fatto. Ma, come Angelo Morino che prima di dedicarsi alla vita di Suor Juana de la Cruz mette in ordine la cucina o Gianni Vattimo che prima di ogni lezione sistema adeguatamente sulla scrivania il contenuto delle sue tasche, io, si parva licet componere magna, prima di fare qualsiasi esercizio intellettuale, devo sapere che il lavello splende, che i piatti sono rigorosamenti messi ad asciugare e che i fornelli luccicano. Solo così riesco a trovare la serenità per pensare e scrivere.

Advertisements