P.arnassus

Posted on 12 novembre 2009

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è veramente contemporaneo colui che non coincide perfettamente con il presente, e proprio per questo, è in grado più degli altri di percepire il senso del proprio tempo, in quanto aderisce ad esso e, insieme, ne prende le distanze.

Giorgio Agamben

Attendevo con una certa impazienza l’ultimo film di Terry Gilliam, The Imaginarium of Doctor Parnassus, e per vari motivi. In primo luogo perchè Gilliam non delude. Poi perchè alla mia personalissima classifica degli attori che impersonano il Diavolo al cinema* potevo aggiungere l’ottima performance di Tom Waits (che già tempo prima cantava “Who are the ones that we kept in charge? / Killers, thieves and lawyers / God’s away, God’s away / God’s away on business, business“). Infine, perchè la stessa parola “imaginarium” evoca la necessità di una lettura complessa e approfondita.

Sull’estetica del film poco da dire, Gilliam non sbaglia una virgola: non eccede con gli effetti speciali, li usa sensatamente ed essi sempre costituiscono scenari di senso; la regia è attentissima, con movimenti della MDP che sottolineano di volta in volta la dimensione reale e la dimensione onirica di certe scene ma soprattutto l’altalena tra entrambe. Fotografia adeguatissima, coloritura digitale equilibrata, lontana dagli eccessi cartoonistici di Monty Phyton.

La storia si può leggere su una moltitudine di livelli, nella misura in cui ogni scena, ogni dettaglio, ogni angolo di ripresa del film costituiscono altrettante metafore. Sul piano spirituale emerge la dottrina dell’eterno ritorno e della reincarnazione, attraverso un Tony/Heath Ledger impiccato (in sè triste metafora per un attore giovane, bravo e prematuramente scomparso) che resuscita più volte grazie a un piccolo flauto capace solo di emettere le note dell’Inno alla Gioia di Beethoven (speranza di un aldilà?). Su quello teologico si pone il problema del libero arbitrio, quando il Diavolo/Tom Waits dimostra a una congrega di monaci l’inutilità dei loro riti e la necessità di operare delle scelte nel mondo – quelle stesse scelte che mille anni dopo stancheranno un Parnassus alla ricerca della figlia.

Esiste (come spesso nel lavoro di Gilliam, sin dal favoloso “Brazil“) una chiave di lettura tutta politica del film. A partire dall’ambientazione, in una Londra dove si oppongono le architetture fredde, funzionali e futuribili della City alla devastazione di un’archeologia industriale fatta di capannoni e mattoni bruciati e alla serialità delle case a schiera della classe operaia inglese. O che traspare dalla breve ma importante citazione della paura che il carrozzone immaginifico del Doctor Parnassus e la sua compagnia hanno dei poliziotti, uno dei quali, in apertura, dice espressamente di andare via dalla sua zona. Quasi che il potere e il suo braccio armato temano ogni espressione della fantasia e dell’arte. Del resto, Parnassus “non vuole governare il mondo, ma mostrare al mondo che si può governare da solo”. Quale oscena, impensabile, blasfema utopia per il potere costituito! Questa dimensione politica, sottolineata con stile nella figura del “Presidente” in sedia a rotelle (omaggio suppongo a Kubrick e Sellers), si lega a doppia corda al tema centrale del film, l’importanza dell’immaginario e del controllo del medesimo.

Di conseguenza l’angolazione privilegiata da cui guardare il film è quella psicoanalitica.

In primo luogo lo stesso Doctor Parnassus, con la sua capacità di rendere visibile e concreto l’immaginario delle persone, è in un certo senso una figura del Potere. Un Potere, non a caso, che scende a patti con il Diavolo. Per quanto l’ottimo Christopher Plummer costruisca il personaggio di un vecchietto un po’ beone e in fondo buono, non sfugge il suo occhio navigato, lo sguardo un po’ complice e un po’ sornione di chi dà del tu a Lucifero in persona. Il Doctor Parnassus non è l’antagonista del Diavolo, ma il suo Alter Ego, nella misura in cui entrambi lottano per il controllo delle anime.

In secondo luogo sua figlia Valentina – interpretata dalla dollface Lily Cole – edipicamente innamoratissima del padre millenario e stregone, tanto da non accorgersi dell’amore di Anton, il giovane membro della compagnia teatrale ambulante. Gilliam rende magnificamente il dramma di una sedicenne che cerca se stessa, che insegue il sogno banale di una casa borghese con marito e bambini e che allo stesso tempo non riesce a separarsi dal padre: come quando la si vede correre in lacrime tra pezzi rotti di specchio, a simboleggiare un’identità frammentata, scomposta.

Infine (ma solo per queste righe) il redivivo Tony, ora con la faccia di Colin Farrell,  perso nel suo immaginario di onnipotenza che lo vede apparentemente benefattore dei bambini sfortunati. Gilliam costruisce questo immaginario all’interno di un teatro, durante una cerimonia di gala per beneficenza, con tanto di coro di voci bianche che invitano a donare per quei bambini “che hanno sofferto per i vostri peccati”. E con il Presidente in carrozzella, simbolo di un Potere malato e corrotto. Mi è parsa immediatamente brillante questa rappresentazione della falsa coscienza, di quell’ideologia subdola e disgustosa delle opulente società occidentali, che per l’appunto “mettono in scena” in un teatro il loro senso di colpa al solo scopo di liberarsene. Ma questa facciata, sotto i colpi della voce veritiera di Anton (in un corpo, guarda caso, da bambino) che smaschera Tony/Ledger/Farrell, comincia a creparsi e finalmente a crollare. L’irruzione del Reale nell’Immaginario, insomma.

Nel film di Gilliam, insomma, ce n’è per tutti. Un affresco a tinte vive delle patologie di una certa società occidentale, in cui ogni pennellata suggerisce allo stesso tempo una chiave di lettura e un tema da affrontare. Fuori dagli eccessi stilistici del genere cosiddetto “fantasy”, The Imaginarium of Doctor Parnassus scandaglia con acume questioni centrali della nostra esistenza, riconfermando come, in assenza di una riflessione da parte di intellettuali e politici, siano gli artisti a doversi fare carico della difficoltà di essere contemporanei.

* Al primo posto un gigantesco Al Pacino in “L’avvocato del diavolo“, seguito da un sarcastico Jack Nicholson in “Le streghe di Eastwick“, un Robert De Niro “Italian style” in “Angel Heart”  e un intenso quanto breve Peter Stormare in “Constantine“. Tom Waits? Premio della critica!

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