M.arilena

Posted on 28 ottobre 2009

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Quando entri per la prima volta in camera di Marilena ti accorgi subito che si tratta di una donna sola. Dall’ordine. Una camera di dimensioni normali, con le piastrelle sale e pepe delle vecchie case borghesi d’inizio Novecento, i muri imbiancati di fresco, la finestra con le persiane all’esterno (le tapparelle sono arrivate solo dopo, negli anni ’50), la porta in legno, non a vetro. Getti lo sguardo intorno lentamente, come a voler prendere le dimensioni di tutto ciò che lì parla della sua vita e del suo tempo; dopo una prima vista d’insieme, cominci a soffermarti sui dettagli. Su un piccolo scaffale di legno accanto alla porta sono visibili i segni esteriori della sua femminilità: i profumi e i cosmetici sulla sinistra e, ben disposti e separati in scatolette di legno variamente ornate, i gioielli e la bigiotteria, sulla destra. Al centro, appeso alla parete, uno specchio non troppo grande, e intorno alla sua cornice, le collane. L’armadio, che occupa tutto il resto della parete, è grande e profondo, di legno scuro e con quattro ante scorrevoli, chiuse. Non lo sai cosa c’è dentro, ma è facile immaginare che i suoi vestiti vi siano disposti secondo criteri precisi e gerarchicamente ordinati: prima gli abiti, poi le gonne, i pantaloni, le camicie, e infine le giacche e i cappotti, tutto riposto secondo una rigorosa scala cromatica che tiene conto anche dei tipi di tessuto. Due ante per i capi invernali, e due per quelli estivi. Dopo un attimo, provi a considerare che, senza soluzione di continuità, tra i primi e i secondi sono le sottane e la camicie da notte a fare da spartiacque, e che alla base di tutti vi stiano le scatole delle scarpe. Ti giri verso la parete opposta, verso le scaffalature, e la finestra nel mezzo è un’interruzione che ti ricorda che là fuori c’è un altro mondo, per te come per lei. Ai libri sei abituato, ne percepisci immediatamente il criterio della mano che li ha ordinati e dell’anima che, prima ancora, li ha scelti (sai che di una qualsiasi persona, una libreria dice sempre molto di più di un questionario perfettamente compilato). I compact disc, invece, non sono così espliciti: di essi emergono solo quelli che gridano la loro differenza rispetto alla musica di stagione. Non che siano molti, quelli di Marilena. E qua ti fermi un momento a riflettere. Un buon numero di libri, di ottima narrativa, e pochi dischi: che cosa vuol dire? Se uno ha tempo di leggere ha anche il tempo di ascoltare musica. No, capisci subito che ti sbagli. Una persona sola può anche leggere romanzi di peso, ma stenta a sopportare una canzone che in tre o quattro minuti e con pochi accordi ti ricorda come uno schiaffo in piena faccia che cosa sia il dolore di non avere nessuno accanto – in fondo, cos’altro c’è da dire che non sia stato già detto in una canzone d’amore? Le riviste sono in buono stato di conservazione e davanti ad esse delle cornici con foto di luoghi e persone,  vecchie memorie che come un’infiltrazione infiammano il presente, spezzano la monotonia dei loro dorsi. La scrivania, ampia e bianca, accoglie un vecchio computer circondato da portapenne e scatole di pastelli d’ogni tipo, e, in un angolo, i gesti della quotidianità: la borsa, le chiavi di casa, gli occhiali. Sotto di essa, una cassettiera che con discrezione, immagini, conterrà tutte quelle tracce del passato che lei fatica a buttare via e che, di tanto in tanto, le tengono compagnia. Vorresti aprire e catalogare tutto, ispezionare ogni cosa, interrogarla, ma sai già che le risposte che riceveresti difficilmente comprometterebbero il quadro d’insieme che ti sei fatto. Di fronte alla scrivania, sul lato lungo, un vecchio divano a due posti con molti cuscini colorati, ed accanto ad essa, sul lato corto, una bassa cassettiera. Fai mente locale e comprendi ora dove si trovino le maglie e la biancheria intima. Alzi lo sguardo, e sul soppalco di tubi innocenti che fa ombra alle librerie, vedi infine il letto: a una piazza e mezzo, coperto di lenzuola stirate e circondato da vecchi peluche, le pantofole appaiate sul fondo. Un letto troppo grande per una persona, troppo piccolo per due.

Quando poi cominci a frequentarla, ti viene il dubbio che la tua prima impressione di Marilena non sia stata così attenta. Quel suo sorridere sempre (nonostante sia evidente che provi un po’ di vergogna per quei denti imprecisi), quel suo saltellare come una papera da un posto a un altro, quel suo appoggiarti le mani sul braccio per accoglierti, raccontano di una donna aperta, coraggiosa, madre senza ancora figli. Quando ti saluta regalandoti un bacio vero sulla guancia, superando con forza e personalità la zavorra di una vecchia consuetudine, pensi che ti stia dando il benvenuto nella sua vita. Ti viene il dubbio – quando esci con lei e realizzi la determinazione con cui sceglie le sue destinazioni, quando vai con lei, felice e vitale, a una mostra d’arte in una città lontana, nonostante entrambi abbiate dormito solo tre ore, quando cucinando con lei prendi atto del suo rifiuto di ogni relativismo del gusto e della sua passione per l’estetica – che questa forza, senza importare da dove venga, se unita alla tua, possa far impallidire quei vulcani all’ombra dei quali siete nati. Il pessimismo, il vecchio nemico di sempre, ti sussurra all’orecchio di non farti illusioni, di non nutrire speranze, e di limitarti ad aprire un’altra bottiglia, ché è sul fondo di essa che sta la verità.

Quando invece t’innamori di Marilena, cominci a sudare. Sudi perché fa caldo, e sul suo soppalco il sudore e le zanzare vi tengono lontani in un letto che lei non sa più condividere, che ti concede per gentilezza o forse perché per il momento va bene così. Sudi perché hai paura, soprattutto temi le paure di lei, quelle che ti balbetta quando mette le mani e le parole avanti, come se fosse lei e non tu a cadere sotto il peso del rifiuto. Sudi perché non riesci più a dire le cose come vorresti, perché lo stomaco ti va in corto circuito con la lingua, e tutto s’attorciglia intorno alla fretta, all’orgoglio, alla delusione. Non va bene. Ti fermi a pensare, prendi aria, cerchi le parole giuste e riparti con lo slancio di un maratoneta agli ultimi metri, che nonostante la fatica spera ancora di farcela. E se non basta lo sforzo, allora usi l’intelligenza, e cominci a recitare in un gioco delle parti da fotoromanzo: la gelosia diventa una risorsa, la debolezza una forza, l’amore un ricatto. Ma lei ti chiama il bluff. E tu continui a sudare, in un inverno che è precoce, dentro e fuori.

Quando, infine, ripensi a Marilena, lo fai senza volerlo. Fai colazione, ti metti le mutande pulite, rifai con pigrizia il letto, guardi una vetrina, lavi i piatti, ascolti la radio, parli a telefono, bevi un aperitivo, prendi un aereo, te ne vai a dormire – e pensi a Marilena. Vorresti pensarla come un’attesa, ma il pessimismo ti ricorda che si tratta solo di una memoria e intanto ti versa da bere. E nella memoria ritrovi l’ordine della sua stanza, il tempo speso a costruirsi una vita fatta di piccole cose, di oggetti, di rituali, di consuetudini alle quali attaccarsi come a una bombola di ossigeno in fondo al mare. Rivedi quelle labbra che si girano per non incontrare le tue, quelle gambe che scalciano per impossessarsi del letto che hai invaso senza legittimità, quel ventre che ha preferito essere vuoto. Chiami i tuoi vecchi amici, te ne fai di nuovi, ridi e scherzi e passi il tempo contando ogni singolo minuto e domandandoti quando verrà il momento di cacciare il pensiero di Marilena dalla testa, dovesse costarti una pallottola. Rimani impressionato, soprattutto, dalla precisione con cui lei organizza il suo essere da sola: la sua solitudine si sistema per colore, materiale, forma, per età, origine, uso, per funzione. Osservi che la tua, invece, sta scritta con inchiostro invisibile sul soffitto bianco delle tante camere dove hai dormito. Quando ripensi a Marilena, pur senza volerlo, sempre senza volerlo, ti penti un po’ della tua prima impressione, per corretta che fosse, e realizzi che daresti volentieri indietro tutta la tua intelligenza per un po’ di amore.

M.arilena

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Posted in: Disamori