S.paesamenti

Posted on 27 ottobre 2009

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Ogni spaesamento è in primo luogo linguistico. Non c’è bisogno di coinvolgersi in avventure esotiche in paesi lontani per provare quella chiarissima sensazione di mancanza di coordinate e di categorie utili a comprendere quanto ci sta attorno. Basterebbe, per esempio, entrare a far parte di un gruppo di amici di una città diversa della propria nazione per rendersi conto che tra di essi vigono codici comunicativi e simbologie che ci sfuggono. Che la portata dei significati condivisi va al di là della nostra capacità di abbracciarli. Che tali significati sono condivisi non tanto perchè è comune la lingua che si parla, ma perchè è comune la vita che si vive.

A maggior ragione quando si va in un paese straniero si va in primo luogo in una lingua straniera. Si è costretti a viaggiare tra le sue strutture sintattiche così come ci si muove tra le strade sconosciute di una megalopoli che non ci appartiene; ci si perde nel suo lessico come di fronte alla scelta infinita dei ristoranti o dei bar che un turista si vede offerta da una guida aggiornata. Si inciampa nei suoi significati come di fronte a un crocevia privo d’indicazioni. Si usano frasari e piccoli dizionari come si leggerebbe una cartina geografica.

Le lingue straniere sono allora territori ignoti in cui, per scelta o per necessità, ci perdiamo.

Anche laddove la vita quotidiana in una terra straniera non presenti enormi differenze con quella a cui siamo abituati a casa nostra – fare la spesa, pagare le bollette, prendere un autobus, comprare le sigarette, andare al cinema e tutte quelle azioni che realizziamo in una cornice di comportamenti codificati – la sensazione di spaesamento, questo sentirsi perso e libero, disorientato e autonomo, ci accompagna nel contatto con gli altri uomini.

Una frase, una domanda, un commento, uno sguardo e una smorfia perfino, si caricano di significati infiniti, che continuamente rimandano l’uno a l’altro in un gioco di scivolamenti e slittamenti perenni. Orientarsi in un paese staniero allora, significa in primo luogo orientarsi nella sua lingua. Cioè, diventare quella lingua.

Che poi lo spaesamento come condizione esistenziale rechi con sè una serie di spiacevoli conseguenze, è un dato di fatto. Esempi a centinaia: equivoci, figuracce, malintesi, incomprensioni.

(Presto ragionerò su come il segreto del successo delle relazioni umane stia tutto nella reciproca incomprensione. Anzi, dell’incomprensibilità come requisito dell’amarsi)

Eppure esso offre una possibilità unica. Quella di fare a meno dei significati. Di liberarsi di simboli e simbologie. O meglio di reinventarseli di sana pianta, di decidere in tutta libertà, e quindi di negoziare con i nostri interlocutori le connotazioni del nostro parlare. Si tratta, non sfugge, di una possibilità che richiede una certa misura di coraggio, una buone dose d’inventiva e un pizzico di sfacciataggine. Ma che può sottrarsi agli angusti confini della denotazione e aprirsi alle impensate opportunità della connotazione. Insomma, lo spaesamento come anarchia responsabile.

S.paesementi

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Posted in: Antropologie